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Book tour – Recensione

Per un autore emergente che sta cercando di ritagliarsi il suo, seppur modesto, spazio nel panorama letterario, cosa può esserci di meglio di un tour promozionale organizzato? La risposta è qualunque cosa nel caso il tour sia pur lontanamente simile a quello di G.H. Fretwell, protagonista di Book tour – l’autore incontra il suo pubblico di Andrew “Andi” Watson, edito in Italia da Edizioni BD.

Fretwell è all’apparenza un uomo qualunque, uno scrittore qualunque, con una moglie, un figlio e un’esistenza pressoché tranquilla. Dopo l’uscita del suo ultimo libro Senza K, titolo che richiama il nome della moglie, ovvero Rebecca, per l’appunto scritto con la c, il suo editore organizza un tour promozionale corredato da un ampio itinerario che toccherà diverse librerie. Armatosi della sua vecchia valigia rimpinzata da numerose copie di Senza K, Fretwell saluta frettolosamente la famiglia e si mette in viaggio. Giunto in una città non definita, il nostro protagonista vede a poco a poco il suo mondo sgretolarsi fra le dita. Arrivato in stazione viene derubato del suo bagaglio, la valigia con i libri, da un uomo fintosi un facchino mandato dalla casa editrice. Dopo essersi recato dalle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto viene inizialmente ignorato e successivamente accostato alla figura di un serial killer che sta creando scompiglio in città. I vari firma copie a cui prende parte sono dei fiaschi totali, i librai dei personaggi strampalati da cui prendere le distanze. Le telefonate con la moglie si fanno sporadiche e disinteressate. E il peggio, come spesso accade, è lì, ad attendere nella pagina successiva.

Kafka, quel sassolino nella scarpa

Di Franz Kafka, direttamente o no, Watson, nella sua opera, mette molto. Il fantasma dello scrittore boemo aleggia fra le vignette, le quali inevitabilmente si impregnano di quelle grottesche e illogiche sensazioni tipiche dei suoi libri. L’implicazione giudiziaria che attanaglia sempre di più Fretwell, chiaro rimando a Il processo. Le labirintiche vie della città, come ne Il castello. Ma aldilà delle più facili connessioni c’è molto altro. Il linguaggio ad esempio. E come il linguaggio viene fatto fluire attraverso gli inermi personaggi. Pochi dialoghi lineari, voli pindarici, incomunicabilità e ironici, ma non troppo, malintesi. Tutto ciò convoglia verso le orecchie stanche e confuse del protagonista.

Gli agenti di polizia sembrano accusare di colpevolezza Fretwell sin dalle prime battute, dopo che Rebecca, anch’essa senza k, prima libraia ad aver ospitato il firma copie, scompare. Senza nessuna prova, senza nessuna pista. Solo contorte e strampalate coincidenze. E l’insicurezza, i balbettii che Fretwell, genuinamente spaventato, mostra davanti agli agenti non fanno che peggiorare la situazione. I proprietari e i commessi delle librerie che il protagonista incontra di volta in volta sono sempre personaggi stralunati, immersi nel loro personale mondo e mossi dalle piccole cose che, il loro mondo stesso, gli mette innanzi.

Come non tirare in ballo il famoso editore, che riesce ad eludere ogni qual volta le richieste di incontro del povero Fretwell. Personaggio che ha organizzato il famoso itinerario del tour da cui dipendono le varie mosse del protagonista ma che per un motivo o per l’altro rimane sempre al di sopra delle vicissitudini, senza mai abbassarsi. Un po’ come i burocrati de Il Castello, si direbbe. Alcune parole, poi, tornano più volte e in diverse scene tra di loro non collegate. Un esempio è “itinerario”, l’itinerario del tour. Programma di viaggio al quale Fretwell si abbandona completamente, finendo a dormire in catapecchie poco raccomandabili, pagando conti che non avrebbe dovuto, arrivando in librerie che pregavano per la sua assenza. Nonostante l’itinerario non venga rispettato sin dalle prime righe, il protagonista sembra aggrapparsi ad esso, come se non avesse altro modo di orientarsi nel marasma che gli si va creando intorno.

Un altro esempio, meno marcato ma più sottile, è la parola “mannaia”. Invero non appare così tante volte da poter destare sospetti anche nei lettori meno attenti, ma nelle due scene in cui fa capolino è veramente forte la sua presenza. Mannaia è il soprannome del rinomato recensore di libri di un noto quotidiano, nonché vecchio amico di Fretwell, il quale, freneticamente, ogni giorno, legge solo ed esclusivamente la sezione letteraria sperando di vedervi apparire il suo Senza K. Il giudizio del recensore è quindi una mannaia, capace, se solo volesse, di recidere qualsiasi sottile tronco che le opere novelle provano a far crescere. E il modo in cui i lettori e gli scrittori stessi pendono dalla lama di questa mannaia non fa che alimentare la fame della lama stessa che, un po’ come la ghigliottina due secoli fa, non si nutriva di sangue ma di paura.

Il secondo luogo in cui la parola mannaia salta fuori è nella quarta libreria visitata da Fretwell. Ormai sempre più invischiato nella infermabile serie di omicidi che terrorizza la città, il buon scrittore si reca comunque al firma copie previsto dall’itinerario per quel giorno. Una piccola libreria antica situata sopra una macelleria. Ed è qui che quella lama, solo metaforica fino a poche pagine prima, si concretizza. Il nipote della proprietaria della libreria, il macellaio, è colui che indica, proprio con una mannaia, l’angusto ingresso a Fretwell. Ma non finisce qui. La libraia, una gracile e arzilla anziana, ignora qualsiasi richiesta o disagio dello scrittore continuando a discorrere di come gli assassini siano persone all’apparenza comuni, banali se vogliamo, proprio come Fretwell. E non tarda ad assicurare, con un velo di ironia, che suo nipote sarebbe pronto a prendere a colpi di mannaia chiunque tenti di aggredirla.

Kafka quindi c’è, ben saldo nei personaggi, nelle atmosfere e nei paesaggi e soprattutto nel linguaggio e nel particolare utilizzo che se ne fa. Watson riesce ad ingabbiare tutto questo nei suoi riquadri e nelle sue nuvolette, e lo fa magistralmente. Ma Book tour non è solo questo.

Da grande voglio fare lo scrittore

Lo scrittore è un mestiere ambiguo. Lo scrittore scrive storie che forse ha vissuto, forse solo immaginato. In ogni caso è un lavoro che porta con sé una buona dose di fascino, un’attrazione misteriosa per chi quelle storie può solo leggerle. Bene, Watson prende questi entusiasmi e li frantuma, mettendo in mostra gli aspetti più tedianti e contorti di questo impiego. Il tour promozionale, per rimanere nel titolo, visto come un viaggio tra grandi città e nuove conoscenze risulta essere l’opposto per il malcapitato protagonista. Un’enorme, grigia e intricata città e firmacopie deserti a causa del libro promosso il giorno prima nelle stesse librerie, molto più atteso perché spinto dalle recensioni giuste.

Anche nelle parole dei personaggi secondari, legati al mondo letterario in diversi modi, Watson non perde occasione di sottolineare le inadeguatezze che caratterizzano l’ambito di chi lavora con o per la letteratura. A partire dalla libraia, che fa quel lavoro non per passione o piacere ma perché di meglio non c’è, passando per la guardia che liquida con scarso interesse la prescia di Fretwell nel ritrovare la sua valigia rubata, dal momento che conteneva solo libri e non merce di valore.

Iconici, inoltre, due personaggi marginali che invero non lo sono affatto. Il primo risponde al nome di Paul Clarke ed è il braccio destro dell’irraggiungibile editore di Fretwell. Nella scena che li vede seduti al tavolo di un lussuoso ristorante dove guarda caso si sarebbe dovuto trovare l’editore, mentre intrattengono una delirante conversazione, Clarke risponde così quando gli viene chiesto se l’editore fosse suo padre: “Mio padre, con tutti i suoi difetti, non si è mai dedicato ai libri. Perciò ha potuto permettersi di pagarmi gli studi.”

Il secondo personaggio è lo psicologo che, in un determinato punto della storia, Fretwell è costretto ad incontrare. Lo psicologo sottolinea come le vicissitudini in cui è incappato il suo paziente siano incredibilmente somiglianti a quelle descritte nel libro scritto da Fretwell stesso. Tutto dovuto alla mente poco stabile che di solito contraddistingue gli scrittori e la quale non permette loro, spesso, di separare realtà e fantasia. Dopo la fugace e grossolana diagnosi, lo psicologo non si trattiene dal sottolineare che, anni prima, anch’esso fosse uno scrittore ma di essersi trovato molto meglio con la nuova professione, nonostante abbia “a che fare ogni giorno con violenti psicopatici”.

La famiglia come ancora di salvezza, o forse no?

Un altro importante tema che non manca di fare apparizioni regolari lungo lo sviluppo della storia è quello del rapporto del protagonista con la sua famiglia, ovvero sua moglie e suo figlio. Salutata la moglie in fretta e furia ma non il figlio, per evitare di svegliarlo, Fretwell si precipita nella sua avventura. In maniera regolare, nonostante le peripezie che è costretto a vivere, telefona alla moglie e al figlio. La moglie, la quale ogni volta sembra più distante, non rivolge a suo marito mai una parola di conforto o supporto, negandogli anche la possibilità di parlare col proprio figlio, una volta perché in bagno, una volta perché dorme.

Non solo, nell’apice del guaio taglia completamente i ponti con il marito abbandonandolo a sé stesso più di quanto già lo fosse. Un estraneo assassino per tutti, anche per la sua famiglia. Mai la moglie ha tentato di provare a capire le ragioni del suo malessere, mai sembra rispondere. In effetti, a livello visivo, vediamo solo il capo del telefono in mano a Fretwell ma dalle sue domande o risposte percepiamo nettamente come il dialogo sia piatto, spento, a tratti un monologo. L’elemento famiglia non fa altro che far sprofondare la nave Fretwell ancora più a fondo, ancora più giù dove il dominio delle maree regna sovrano.

Book tour, edita da Edizioni BD e scritta e disegnata da Andi Watson, è un’opera da leggere. Disegno sporco e diretto che respira a ritmo con le inquietudini del protagonista, un qualsiasi scrittore di un qualsiasi paese che cerca di emergere. Tutto intorno a lui per ragioni ignote e grottesche, al limite del surreale, inizia a cadergli addosso. La promozione del suo libro è un fiasco, viene accusato di essere un efferato killer e non in ultimo viene piantato dalla moglie. L’impossibilità di spostarsi nei dedali che vanno creandosi uno sulle fondamenta dell’altro, l’incomunicabilità totale che rende le conversazioni degli scambi di convenevoli degenerati sono solo alcune delle profonde impronte che quest’opera lascia sul suo protagonista e su chiunque legga la sua storia, reale o di fantasia che sia.

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By Angelo Tomassini

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