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Il Mar delle Blatte – Recensione

il mar delle blatte copertina

Mi stangò alle prime righe e non mi mollò più; era stato scritto per me, pensando a me, invocando me. Era mio”; recita così la quarta di copertina citando la prefazione di Scòzzari. Il primo contatto con la scrittura, col racconto di Tommaso Landolfi (Il mar delle blatte e altre storie, 1939) da parte del fumettista è folgorante, tant’è che da lì a breve nascerà Il mar delle blatte di Filippo Scòzzari, riedito quasi quarant’anni dopo la prima pubblicazione da Coconino press. Volume che al suo interno, oltre alla storia, contiene la già citata prefazione di Scòzzari e un’interessante postfazione di Landolfo Landolfi, figlio dell’autore del racconto. Fedele alla trama e alla narrazione, fedele al linguaggio macchinoso e astruso dell’autore, Scòzzari riesce, attraverso i suoi disegni a tratti allucinati a tratti cartooneschi, ad imprimere alla storia un’ulteriore spinta verso il surrealismo che ne fa da padrone.

L’ormai anziano avvocato Coracaglina incontra suo figlio Roberto, un emarginato nullafacente, il quale gli mostra una ampia ferita sul braccio da cui estrae diversi oggetti di poco conto. Dopo aver estratto, infine, un vermicello blu, la storia abbandona la già strana realtà per immergersi senza preavviso in un viaggio che definire surreale è riduttivo. I due si imbarcano su di un galeone insieme a una sgangherata ciurma e una donna, Lucrezia, alla volta del fantomatico mare delle blatte, oltre il quale si narra esista un’isola paradisiaca. Roberto, dopo aver mutato aspetto salendo sulla nave, inizierà a farsi chiamare Gran Variago e a corteggiare goffamente Lucrezia, sotto la presenza immobile del padre. Giunti in alto mare il vermicello blu, che era strisciato nelle pieghe dei pantaloni dell’avvocato, fa il suo ingresso in scena. Si rivelerà essere lui l’avversario che contenderà Lucrezia e la ciurma a Roberto, mettendo in crisi le sorti del viaggio stesso.

Incomunicabilità e trasformazione

È chiaro sin dall’inizio della narrazione che lo spazio e il tempo in cui i personaggi si muovono siano malati, sfumati. Il cambio di ambientazione repentino, dalla strada sotto casa a un Galeone pirata, il cambio sia personale che fisico che subisce Roberto mutando nel temuto Gran Variago sembrerebbero elementi marcati che stravolgono l’avvicendarsi dei fatti. Nessuno degli altri personaggi sembra però accorgersene. Questo menefreghismo generalizzato da parte di ogni singolo attore in scena verso stranezze che a chiunque salterebbero all’occhio permette al lettore di penetrare nella storia più agevolmente, quasi scivolando.

Un elemento fondamentale che contraddistingue tutta l’opera landolfiana e che Scòzzari cerca di riportare fedelmente, riuscendoci, è l’utilizzo di un lessico ricercato, a tratti fino alla nausea. Termini tecnici del linguaggio marinaresco, parole della lingua italiana desuete, costruzioni delle frasi complesse che spesso richiedono una seconda lettura contribuiscono a rendere l’atmosfera del racconto ancora più straniante, seppur mantenendo una forte credibilità di fondo. La presunta inaccessibilità che sembra comportare la scrittura e lo stile dell’autore, ancora una volta, ad uno sguardo più attento, sortisce l’effetto contrario, ovvero una maggiore immedesimazione.

“Non sei azzurro. Non sei trasparente. Io t’odio. Amo lui!”

I personaggi principali non godono di nessun approfondimento descrittivo. Nel racconto originale, al di là del nome, vengono definiti solo dalle azioni che si trovano a compiere. Di conseguenza Scòzzari ha avuto quasi carta bianca per la realizzazione visiva di ognuno di essi, riuscendo magistralmente anche sotto questo aspetto. Un coacervo di stili e influenze, surrealismo e pop art solo per citarne un paio, confluisce nelle rappresentazioni del fumettista. Emblematica è la resa del piccolo verme blu, che sembra essere uscito da un cartoon americano degli anni ’50. Il fatto che sia assente il lato descrittivo non vuol dire che i personaggi non godano di una caratterizzazione profonda. Ciò a partire dal padre, l’avvocato Coracaglina, inizialmente presentato come un vecchio pomposo. Nonostante la presenza fisica in tutto l’arco narrativo, con la sua non-attività va a definire un uomo che vive dei fasti della sua carriera, incapace di agire fuori dal suo piccolo circolo.

Della vita privata di Roberto, il protagonista, non viene fatto nessun accenno. Il suo essere un emarginato e a tratti un inetto lo veniamo a scoprire solo tramite il padre e soprattutto Lucrezia, donna amata da Roberto già da tempo ma che lo ha sempre rifiutato e schernito. Proprio Lucrezia è il fulcro del viaggio. Roberto, ormai Gran Variago, si convince di poter ammaliare la ragazza dall’alto delle sue nuove vesti, ma incontra le resistenze di lei ogni qual volta le si avvicini. Lucrezia ama incondizionatamente il verme blu per sua stessa ammissione e non perde occasione per rinfacciarlo al Variago, aggiungendo agli improperi offese riguardanti l’aspetto e il carattere del vecchio Roberto.

Quest’ultimo, dal canto, suo non lascia correre nessuno di questi affronti e ogni volta rende peggiori le condizioni di detenzione della ragazza. Fatta denudare appena salita sulla nave viene più volte sbattuta in cella e molestata dalla ciurma. Nonostante ciò, non perde mai la forza che le permette di andare avanti e soprattutto di rispondere a tono ogni volta che ne ha la possibilità. Particolarmente significativo il momento in cui le viene intimato di cantare e lei, dopo iniziali rimostranze, intona una vecchia nenia dal significato criptico ma tagliente che Roberto non è in grado di cogliere.

Antagonista, se così si può definire viste le sfumature continue che i personaggi vanno assumendo, è il verme blu. Uscito dal braccio di Roberto nelle prime tavole fa la sua reale apparizione solo più avanti, dopo essere stato invocato più volte dalla vessata Lucrezia. Da non trascurare che il veicolo che ha permesso al verme di passare dalla terraferma alla nave è l’impalpabile avvocato Coracaglina. Il verme mette in mostra senza indugiare i punti deboli di Roberto, provando a portargli via la donna amata prima e la nave poi. I due si affrontano in una sfida per contendersi Lucrezia. Chi dei due la soddisfi maggiormente durante un rapporto sessuale sarà il vincitore. Come finirà la sfida e come faccia un verme a fare l’amore con una donna lasciamo a voi scoprirlo.

Edito da Coconino Press, Il Mar delle Blatte di Filippo Scòzzari è dunque una surreale rielaborazione dell’omonimo racconto di Tommaso Landolfi. Bizzarri personaggi che si imbarcano per intraprendere un assurdo viaggio fanno da padroni in questa storia che, dopo decenni dalla sua nascita, riesce ancora a conquistare i suoi lettori.

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By Angelo Tomassini

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