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Il Segreto di Madoka – Recensione

Il Segreto di Madoka

In questo mondo sempre più arduo da affrontare e sempre più cattivo nel mostrare la realtà dei fatti, è altrettanto difficile essere sè stessi, o perlomeno apparire come si è realmente. La paura di mostrare il nostro vero ego e modo di essere, solo per il timore di essere giudicati in malo modo, o solo per il terrore di apparire “strani” agli occhi degli altri o nel peggior dei casi derisi, ghettizzati e aggrediti fisicamente o psicologicamente. Il Segreto di Madoka di Deme Kingyobachi, edito da Flashbook Edizioni, offre al lettore l’opportunità di staccare la spina con una storia leggera e divertente su un’amicizia tra due bambini che rompono gli stereotipi in cui la società tende ad incasellarli a causa della biologia data dalla nascita.

Madoka ha un segreto che non può rivelare a nessuno: a scuola ha deciso di mostrarsi virile, ma ha un debole per le cose carine. La sua vicina di casa Itsuki ha due fratelli maggiori gemelli, adora giocare a calcio e odia comportarsi da “signorina”. Al primo incontro i due litigano, ma piano piano Madoka si lascia conquistare dalla ruvida gentilezza di Itsuki e tutti i compagni di classe in un grande incidente.

“In casa gioco a fare la mamma. Indosso i graziosi abiti creati da mia sorella, che è molto più grande di me e dormo stringendo il mio peluche preferito”.

Deme Kingyobachi ha iniziato il suo “viaggio” nel 2014 con vari BL, nel 2016 nasce Caster & Mild (ancora inedito in Italia), per poi passare ad altro di cui, nel 2019, Il Segreto di Madoka (per correttezza citiamo un altro josei iniziato nel 2020: Kaiki Semban! Neko-machi Shoten-gai). Tuttavia, con quest’opera, continua a coltivare il suo contributo all’importanza di porre fine ai ruoli di genere tanto condizionati da una società dove questa impone dei modelli e dei canoni da seguire per essere reputati “normali”. Ma alla fine alcuni essere umani, non chiedono la luna, la fama e la ricchezza, ma solo di essere sè stessi in una totale liberta e poter esprimere il proprio “io” senza tenerlo nascosto.

A conti fatti, Il Segreto di Madoka, potrebbe essere considerato un demografico josei dove una storia commovente, leggere e anche divertente, affronta uno dei problemi più attuali di sempre: i ruoli di genere. Una costruzione sociale che, dal primo momento in cui mettiamo la testa fuori dal mondo, ci configura e condiziona, impostando il nostro aspetto e i nostri gusti in base al nostro sesso biologico.

Per esempio, Madoka esita a presentarsi realmente per quello che è. Cerca persino di fingere di essere un “vero ragazzo” macho macho. Ma quando incontra Itsuki, lei finisce per contaminarlo, influenzando il suo atteggiamento nei confronti della vita dandogli così la forza di accettarsi per quello che è senza temere il giudizio altrui. Infatti, se ci soffermiamo per solo un’attimo e mettiamo un focus sul problema in se per se, dalla prospettiva di chi subisce il pregiudizio e il chiacchiericcio che lascia il tempo che trova, che differenza fa quello che dicono gli altri? 

Ciò che conta alla fine è che ognuno di noi si senta a proprio agio. Il resto, è un di più che non conta. Ovvio, penserete, che a parole sembra tutto semplice ma anche Madoka e Itsuki, dopo alcune situazioni con i propri compagni di classe capovolgono la situazione insegnano loro un’importante lezione di rispetto, tolleranza e accettazione.

“Una storia autentica che colpisce al cuore”

Quello che fa Deme Kingyobachi ne Il Segreto di Madoka con la caratterizzazione dei personaggi è molto soddisfacente. Infatti i due nostri amabili protagonisti, nel loro insieme, risulteranno veri. Le loro paure, la loro caparbietà, il modo in cui affrontano il problema sarà abbastanza convincente e creerà quella famosa empatia facendovi calare nella storia in maniera molto semplice e leggere. Il gioco di sguardi, lo scambio di battute tra i due è davvero magico. Potrebbero anche non parlare e capirsi lo stesso, mi verrebbe da dire. E pagina dopo pagina questo feeling prenderà sempre più forma.

Il ritmo dell’opera è gradevole. Il via vai di gag e situazioni percuotono la narrazione rendendo l’opera scorrevole e per niente impegnativa. In un certo senso, questo potrebbe anche essere considerato un “difetto” – termine non corretto, ma lasciatemelo passare – in quanto, visto il tema, forse per alcuni sarebbe stato maggiormente piacevole avere momenti più di pathos e drama.

Ma come detto inizialmente, se cercate qualcosa di questo genere, Il Segreto di Madoka non fa per voi. Inoltre la capacità principale dell’opera sta proprio nel recapitare un messaggio serio in maniera semplice. E a questo, non c’è prezzo. L’arte è assolutamente adorabile. Lo stile i dettagli sui vestiti che indossano Madoka e Itsuki sono semplici ma di forte impatto. I personaggi, gli sfondi, tutto l’insieme risulta aggraziato. Uno stile, che seppur non esca fuori dai classici canoni dell’arte dei manga, possiamo definire meraviglioso.

Attraverso dei disegni semplici, puliti e adorabili è molto dettagliati, Kingyobachi vi racconterà in modo molto divertente come due bambini possano spezzare le catene dei ruoli di genere con la travolgente semplicità e la freschezza caratteristica dell’infanzia. Vi troverete di fronte ad una semplice storia, di una bella amicizia che insegna l’importanza dell’accettare gli altri così come sono. Tutto questo viene fatto con semplicità senza caricare troppo l’argomento, ne tanto meno marciarci sopra. Il candore e la dolcezza sarà sempre vivida nei volti e negli occhi dei nostri personaggi sia nei momenti positivi che in quelli negativi.

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By Paolo Monticciolo

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

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