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Io sono Shingo – Recensione

Copertina del primo volume di “Io sono Shingo”, uscito in Italia il 23 ottobre 2019.

“Almeno una volta nella vita i miracoli accadono a tutti, ma nessuno se ne accorge.”
Voi credete nei miracoli? C’è chi crede fermamente nell’esistenza di qualche entità superiore o di qualche Dio, c’è chi pensa che siano coincidenze o che invece ognuno è l’artefice del proprio destino. Questa è la storia di due ragazzini e di una macchina. Due genitori ed il loro figlio Shingo.

Satoru, il protagonista, viene a sapere che nell’azienda di suo padre verrà introdotto un nuovo macchinario, che servirà per incrementare ed aiutare il lavoro in fabbrica. Il ragazzino ne resta affascinato e, grazie ad una visita guidata con la scuola, riesce ad osservare la macchina da vicino. Ciò che gli si presenterà davanti sarà una delusione: si aspettava un robot super tecnologico, come i grandi robot tipo Goldrake e invece sarà solo un braccio meccanico. Nonostante l’apparenza decide comunque di approfondire la “conoscenza” di questa macchina e gli insegnerà alcuni codici e qui, Satoru, incontrerà Marin: una sua coetanea di cui s’innamorerà all’istante. Insieme decidono di “accudire” e insegnare al macchinario nuove terminologie e codici; arriveranno addirittura a far riconoscere i tratti del proprio viso al robot e così a formare una propria coscienza. Inizia così il complicato e lungo viaggio di una macchina verso l’umanità.

“Cosa ne sarà di noi?”

È interessante come il mangaka, Kazuo Umezz, riesca a rappresentare tutto ciò: tavole piene di soli circuiti e pixel, tavole sporche ed estremamente dettagliate ma, ciò che fa da padrona l’opera, sono le espressioni dei ragazzini che rendono il tutto estremamente drammatico ed umano. I due protagonisti saranno costretti a subire di tutto: dolore, abbandono, depressione ma c’è anche spazio per l’amore, quello puro, candido e semplice che solo i bambini possono provare. Pur di stare insieme fanno cose che vanno aldilà dell’immaginazione di un adulto. Esatto, abbiamo detto proprio “immaginazione adulta”.

Perché diciamo questo? Perché i due ragazzini, Satoru e Marin, saranno vittime dell’abuso degli adulti: la troppa durezza, la vita fatta solo di responsabilità e la mancanza di spensieratezza sono in netto contrasto con l’animo di un bambino. I due bambini proveranno una forte paura di crescere. Perché provano questo terrore? Perché la pubertà, la crescita, viene vista come il passo successivo per diventare adulti e di conseguenza la perdita della loro fanciullezza, della loro immaginazione, della morte del loro mondo fatto di fantasia. Essere bambini significa rendere tutto possibile: ciò che per un adulto può sembrare una sciocchezza o illogico, per un bambino, che riesce a vedere il mondo con occhi diversi, può essere ancora più bello e luminoso.

Perché credere nei miracoli? Esistono davvero? Come abbiamo già detto in precedenza, per molti potrebbe essere un segno di un’entità superiore, altri invece pensano che sia solo una fortuita coincidenza. E per i bambini vale lo stesso? Cosa rappresentano per loro i miracoli? I bambini hanno una percezione del mondo molto più vasta rispetto ad un adulto, vedono tutto con gli occhi della fantasia e con un senso superiore della realtà. I miracoli sono qualcosa che già accadono nel mondo, non sono cose straordinarie, sono semplicemente i loro occhi che captano il miracolo in ogni cosa su cui si posa il loro sguardo.

“Dicono che i collegamenti tra i circuiti integrati somiglino molto a quelli tra le cellule del cervello umano.”

Kazuo Umezz tratta sempre storie con bambini come protagonisti perché, per l’appunto, loro permettono di rendere tutto ciò che sostanzialmente sembra illogico in qualcosa di possibile. Mette in estremo risalto la differenza tra il mondo degli adulti e quello dei bambini. I due protagonisti riescono a rendere vivo un semplice macchinario grazie alla loro capacità di comprensione molto sviluppata. Il macchinario, ricevendo tutte queste informazioni, è come se riuscisse ad acquisire una propria anima e a sviluppare un proprio cervello. Addirittura il macchinario si affezionerà ai due protagonisti credendo di essere loro figlio.

Shingo è il nome del braccio meccanico e subirà di tutto per ritrovare i suoi genitori, i suoi creatori. I bambini saranno costretti ad essere allontanati dalla fabbrica e anche tra loro, a causa dei genitori che non approvano la loro relazione. Marin dovrà trasferirsi in Inghilterra per motivi di lavoro del padre, non rivedendo mai più il suo amato. Satoru, spinto dal dolore e dalla disperazione, lascerà un ultimo messaggio d’amore per la sua amata tramite Shingo. Il braccio meccanico, colpito da questi forti sentimenti, farà di tutto per portare questo messaggio a sua madre.

Ce la farà? È questa la sua missione: portare le ultime parole d’amore a due ragazzi che saranno destinati a non rincontrarsi mai più. Per non dimenticare il vero amore, quello puro e semplice in mezzo ad un mondo di menzogne e crudeltà.

Tutto ciò che Shingo sarà costretto a subire lo porterò sempre più a pensare sull’esistenza umana ma anche di quella del mondo, dell’universo. La sua mente si espanderà così tanto che si porrà anche delle domande sul senso della vita. Questo può essere considerato “miracolo”?

In conclusione, si può parlare di miracoli in “Io sono Shingo”? Vi basterà scoprirlo leggendo questa storia, non riuscirete a non empatizzare e provare paura e sofferenza per i protagonisti, compreso lo stesso Shingo.
È una storia che parla d’amore, di amicizia, giustizia, disperazione, tutto ciò che c’è di più umano ma vissuto da una macchina. Finita quest’avventura, trarrete in conclusione se i miracoli esistono veramente. Noi ci crediamo? E voi?

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By Nika

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