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Kentaro Miura: la caduta dei giganti

Addio Maestro Kentaro Miura

Il mio è stato un viaggio senza meta. Affidandomi soltanto a incerti racconti che parlavano di mostri e alle flebili sensazioni che il marchio mi provocava, ho continuato a vagare in mezzo agli spiriti infernali seguendo la sua ombra, senza neppure sapere dove egli si trovava, anzi, sapendo che in questo mondo non esisteva neppure. Ma ora si trova sotto il mio stesso cielo, sulla stessa terra che calpesto, a portata della mia spada.
– Gatsu –

Ci sono giorni in cui è davvero molto chiaro che la nostra non è solo una semplice passione. Ci sono giorni che scopri notizie di cui avresti fatto davvero a meno. Ma senza rendertene conto, tra lo shock e l’incredulità, inizi a rammentare. A ricordare le volte che andavi con mamma a prendere quell’atteso volume che sembra arrivare da Marte. E tutto felice, come un pargoletto davanti alla bancarella dei dolciumi, ti facevi la strada – a piedi – di ritorno per casa, fissando la copertina. Aspettando quel momento in cui assaporare nuovamente Berserk di Kentaro Miura.

Parliamoci chiaro, quello del mangaka è davvero un mestiere difficile. Ma facciamo qualche passo indietro.

L’universo dei manga, in casa Sol Levante, nel finire degli anni ’80, era un mercato già solido. Basti pensare che nel 1989, si contavano oltre 200 riviste dedicate, e per la prima volta emerge una figura chiara che oggi chiamiamo editor (henshûsha).

In quel periodo, l’editore, con un meccanismo statistico, faceva compilare al lettore una scheda di valutazione praticamente su ogni opera. Uno stratagemma per limitare gli investimenti e capire cosa potesse risultare vincente ancora prima delle pubblicazioni. Questo ovviamente si traduceva anche in un “potare” gli autori che finivano in basso alle classifiche di gradimento. Contrariamente, quelli in alto nella hit, si ritrovavano letteralmente schiavi del proprio successo. Esistono diverse storie su autori suicidi, mangaka che fuggivano dalle finestrine dei bagni per la forte pressione psicologica imposta dagli editori. Basti pensare a Pollon di Hideo Azuma, scomparso per un intero anno…

Ma nel 1990, su Animal House debutta Berserk, lavoro di un giovane autore di nome Kentaro Miura, già collaboratore di Yoshiyuki Okamura, autore di Ken il guerriero. La storia di Berserk parla di Gatsu, un guerriero che combatte con una enorme spada e i suoi antagonisti. Il tema centrale è la vendetta, un tema fortemente radicato nella cultura nipponica sin dal periodo Tokugawa, dove veniva istituzionalizzata la società guerriera Giapponese.

Berserk risultava essere un manga cruento, durissimo, crudo, poetico ed evocativo, come l’arte di Kentaro Miura; carica di neri profondi, linee scavate e raffigurazioni cariche di dettagli maniacali.

Raggiunto subito il successo, con “L’età dell’oro”, arco narrativo dove conosciamo meglio Gatsu, grazie ai ricordi dello stesso proiettati al presente, attraverso un’immersione totale, conosciamo non solo la straordinaria arte del maestro, ma anche l’immensa caratura metanarrativa che Miura offre totalmente con alcune scelte stilistiche chiare. Intuisce che è il momento della svolta, non c’è più bisogno di un guerriero paladino errante e senza macchia, ma c’è bisogno di caos. C’è bisogno di evidenziarsi. Come? Introducendo all’interno di Berserk alcuni elementi shojo e non solo.

Immagino già i fan rigirarsi sulla propria sedia e commentare queste parole ad alta voce dicendo: “Ma non è possibile! Gambino o Zodd, le sevizie sessuali i ricordi super allucinogeni dell’Eclissi…”

Eppure, incredibile ma vero, durante quel periodo in cui Kentaro Miura scriveva, prese a piene mani da titoli come Lady Oscar o da Il poema del vento e degli alberi. Ragionate. Dove secondo voi il maestro prende spunto per creare il complesso legame sentimentale tra Guts e Griffith? Oppure la rappresentazione settecentesca della nobiltà delle Midlands?

Miura non ha mai vissuto Berserk senza un’ispirazione diretta. Il fatto stesso che, ad una certa, decide di dare una svolta sentimentale ne è un’ennesima prova. Decide di costruire dei veri rapporti umani riuscendo a creare quel filo empatico diretto con il lettore storicizzando e proiettando in maniera machiavellica il suo vissuto.

“Ho trasformato i miei compagni del liceo in mercenari”, ha raccontato Miura in più di un’intervista.

Quello che rende speciale Berserk e quindi Kentaro Miura è sempre stato il doppio filo spinato che s’intrecciava tra il mangaka e l’opera. Un fil rouge intriso di sangue dove il maestro, spesso si trovava a reinventarsi per continuare a scrivere e disegnare. Un attaccamento all’opera senza eguali. Un modularsi costantemente per continuare a dire tutto quello che era necessario dire.

In breve tempo, Berserk rinasce sotto una nuova luce senza creare quella classica “virata da disagio” per il lettore. Lo fa in maniera naturale e senza forzare la trama. Il resto è storia e non mi soffermerò ulteriormente.

Oggi, per noi italiani, è un giorno particolare. Un giorno in cui abbiamo scoperto che il 6 maggio, il maestro Kentaro Miura a soli 54 anni, si è spento. Dopo quasi due settimane, come privacy culturale giapponese impone.

Dalla rivista Young Animal:

“Come dovremmo cogliere questo fatto inaccettabile? Ad essere onesti, non riusciamo a trovare le parole. Ricordiamo sempre il suo sorriso quando parlava allegramente dei suoi manga, anime e film preferiti. Non abbiamo mai visto la faccia arrabbiata del signor Miura. Era come un ragazzo che sembrava sempre divertirsi. Speriamo che tutti i fan, tutte le persone interessate al signor Miura abbiano un sorriso felice sui loro volti e preghino in silenzio per la sua anima con la redazione di Young Animal”.

E’ andato via un’uomo che è stato capace di creare un credo stilistico ben distinto da tutto ciò che possiamo trovare oggi sul mercato dei manga dove personaggi e storie si ritrovano quasi per caso per interessi personali come quello di diventare i più forti. Una realtà anni luce distante da Miura.

Addio Maestro. Buon viaggio!

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By Paolo Monticciolo

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

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