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Kokoro, il cuore delle cose – Recensione

Siete disposti a donare il vostro cuore al mondo intero? Siete disposti a spogliarvi completamente del corpo e rendere visibile la vostra anima? Natsume Sōseki riesce a farlo. Un uomo che rivela i sentimenti più nascosti e ostili dell’essere umano attraverso le pagine di un libro. 

Kokoro, il cuore delle cose è la trasposizione grafica del romanzo di Natsume Sōseki, uno dei più grandi rappresentanti della letteratura giapponese del ‘900. Le sue opere esercitano, ancora oggi, una notevole influenza nella letteratura della nostra generazione.

Il Manga è edito in Italia grazie alla casa editrice Lindau, pubblicato nel novembre del 2020 e tradotto da Massimo Soumarè. Il mangaka Yoshizaki Nagi, prende in consegna il racconto di Sōseki e con un tratto lineare e raffinato, lo consegna ad un pubblico molto più ampio.

Le tavole portano in scena il rapporto tra uno studente universitario “Io” e un uomo dall’oscuro passato “Il Maestro”. Isolato dal resto del mondo, vive quasi come un eremita, in compagnia della sola benevolenza della moglie. Un uomo incapace di lasciarsi andare all’amore e di vivere pienamente la vita. Causa di questo male alcune penose vicende familiari che lo hanno turbato irrimediabilmente. Un uomo benestante che non svolge alcun tipo lavoro ma vive grazie al patrimonio della famiglia. Diviene, per puro caso, guida e mentore del ragazzo. Il loro legame cresce e si solidifica grazie ad una lunga corrispondenza e alla condivisione di un segreto inconfessabile, tanto da mettere a rischio la vita stessa e l’integrità dello spirito.

Il Maestro indossa una maschera, la maschera del buon senso, della saggezza, della maturità. In realtà nasconde un fitto intreccio di spine acuminate che trafiggono e sfigurano la natura dell’uomo. Sarà proprio “Io”, a sfilargli quella maschera e ad accettarlo completamente.

“Gli uomini fanno paura perché cambiano”

Il manga, come il romanzo, è diviso in tre parti: “Il maestro e io”, “I miei genitori e io” e “Il maestro e il suo testamento”. Le prime due parti sono narrate in prima persona dal ragazzo (io), mentre l’ultima è narrata in prima persona dal Maestro.

La confessione di un passato attraverso l’utilizzo delle parole, adoperate come armi, per ferire, lacerare il cuore e portare il lettore a delle profonde riflessioni: in un Giappone in bilico tra modernità e tradizioni all’inizio del secolo scorso, viene estrapolato il senso di colpa di un uomo disarmato ormai dell’amicizia di un uomo e dell’amore di una donna. Un amore che non è mai sufficiente, eppure è totale. Lo stesso amore che ha diviso due uomini, uno impotente e debole di fronte alla società e ai sentimenti e l’altro sfiduciato pienamente dall’essere umano. Il primo è K, l’altro è il Maestro.

Il Maestro è impulsivo e diffidente. K è un compagno di studi apparentemente comune, un po’ burbero e introverso. K è schiacciato dalla durezza della vita, del proprio orgoglio e di tutte le sue vili e superbe difese. La consapevolezza, poi, di essere un uomo e di provare dei sentimenti nei confronti di una donna, in qualche modo, riesce a purificare il suo animo e gli permette di trovare il coraggio dentro se stesso, confessando all’amico di essere innamorato della donna. Il Maestro, geloso, decide di stravolgere la sua esistenza. Comunica la volontà di sposare la ragazza, anticipando, così, le mosse di K, che ne esce stravolto. Un evento che mina il suo animo, già compromesso. K decide di suicidarsi.

Il Maestro, convinto di essere il colpevole dell’accaduto si chiude in sé stesso per anni. Il processo psicologico che l’uomo si infligge dopo l’evento drammatico che coinvolge K, lo porta a meditare al suicidio. Come il generale Nogi, che si uccide insieme alla propria moglie in un atto di Junshi (accompagnamento del proprio signore alla morte) nei giorni successivi alla morte dell’imperatore Meiji, nel 1912. Un evento che scuote profondamente tutto il Giappone e il Maestro. Il peso delle sue azioni passate destabilizza ancora le sue convinzioni e rendono irrealizzabili i suoi intenti. Tuttavia quando tutto ormai sembra perduto una nuova redenzione eleva il suo animo. La possibilità di svelare il suo tomento e la consapevolezza di continuare a vivere nell’anima del giovane “Io”.

“Prima di morire desidero riuscire a nutrire fiducia almeno in una persona. Sarai tu quell’unico individuo”

Dentro la maschera infrangibile del Maestro si può precipitare solo negli abissi. L’uomo sembra non lasciare alcuna speranza, invece,“Io”, lo studente che riesce a scavare un profondo solco nel suo passato, accoglie le sue parole attraverso un lungo testamento (in perfetta sintonia con il pensiero e l’intensione della cultura giapponese di quel periodo) e depone le sue armi. Il filo del destino si è spezzato ed è tempo di sparire.  L’uomo intravede nella figura di “io” l’amico K. È nel dialogo che il ragazzo diviene discepolo e nello stesso tempo precettore del Maestro. Il valore della vita, dell’amicizia, della stima e dell’amore vengono riproposti nel suo spirito che, nonostante sfugge ormai da anni a questi valori immensi, sono tangibili e il Maestro non può che subirli e donarli al ragazzo.

“quando il mio battito cesserà, se nel tuo petto nascerà una nuova vita, potrò ritenermi soddisfatto”.

La lotta interiore del Maestro è come la guerra. Contro il proprio passato c’è il senso di oppressione dato dal rimorso che lascia sul campo morti e feriti. Il più grande nemico dell’uomo è l’uomo stesso. Il nemico è dentro di lui e si muove silente nella sua mente. La sua salvezza sembra essere nelle mani del giovane ma il nemico muove in fretta e l’unica liberazione adesso è il silenzio.

In Kokoro aleggia il senso della perdita ma non è estraneo un forte attaccamento alla vita. Nonostante le inquietudini Il Maestro è in equilibrio. Grazie alla presenza del ragazzo nel suo presente, sembra quasi stare bene trovando una via d’uscita. Nel momento in cui si avvicina il senso di smarrimento, le ultime pagine divengono le più toccanti, struggenti e poetiche. È facile chiedersi, dopo aver scoperto la verità, se l’immoralità del Maestro risiede nel suo cuore. Oppure l’immoralità del Maestro non esiste? Sōseki non pone delle domande ma il lettore viene spinto verso un viscerale senso di inadeguatezza che lo porta ad interrogare la propria coscienza e a chiedersi se sia possibile un’esistenza in cui l’assenza di legami può condurre ad una nuova dimensione, dove le passioni umane sono filtrate dalla distanza che le rende universali e ne attenua le difficoltà.

“Perché mi hai indotto a ridurre a brandelli il mio cuore e cercare di suggere il sangue che vi scorreva caldo”

I sentimenti e relazioni più torbide sono descritti con delicatezza ed infinita cura. La lentezza e il dettaglio della narrazione diventano, a poco a poco, coinvolgenti ed affascinanti. Pagine intense, ricche d’introspezione, di bellezza ed immagini liriche.

L’atmosfera dei disegni si carica lentamente di energia che resta inespressa inizialmente, per poi esplodere alla fine. La tensione si percepisce in questo mondo fluttuante fino alla fine dei tormenti di una vita e l’inizio di una nuova consapevolezza e maturità da parte del giovane “Io”.

Probabilmente il manga non può restituire la musicalità, l’armonia, l’intensità del romanzo ma, con la sua funzione conquista e attrae il lettore alla scoperta del mondo di Sōseki, il suo genio, la sua poetica, il suo Io.

La paura, la solitudine, la compassione, sono solo alcuni dei temi affrontanti in questa opera e grazie alle illustrazioni riusciamo forse a comprenderle meglio come un lungo e travagliato viaggio dentro noi stessi.

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