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La guerra dei papaveri – Recensione

La guerra dei papaveri è il feroce romanzo d’esordio di Rebecca F. Kuang. Edito da Mondadori per la collana Oscar Fantastica, è il primo capitolo di una trilogia. La pubblicazione in Italia è attesa per il 13 ottobre.

È necessario sottolineare che nell’opera sono presenti tematiche sensibli, quali abuso di droghe, autolesionismo, stupro, guerra, tortura e genocidio. Per tali ragioni, si consigliano un approccio cauto e una lettura consapevole.

Rin è niente. Un’orfana di guerra, che nessuno considera seriamente. Uno strumento utile per i genitori adottivi, che vogliono darla in sposa per finanziare i propri traffici di oppio. Ma lei vuole fuggire dalla vita di schiavitù che la imprigiona e lo fa puntando al massimo: il kējǔ. L’esame che seleziona le menti più promettenti del paese, per destinarli alla più prestigiosa delle accademie militari: la Sinegard.
Risultare, senza imbrogli, la prima di tutta la regione di Jī è un risvolto che nessuno avrebbe potuto immaginare. La stessa Rin fatica a realizzarne le implicazioni.

Ma il suo successo è effimero. Il sogno dell’accademia si trasforma immediatamente in una realtà ostica. Circondata dai figli delle figure più potenti del paese, presa di mira, Rin torna ad essere nessuno. Una contadina del sud, inferiore, incapace.

Quando tutto sembra andare storto, però, Rin scoprirà di possedere un potere raro e terribile: lo sciamanesimo. E grazie all’aiuto dei semi di papavero e un professore folle, imparerà a conoscere la realtà dell’universo. Gli dei sono reali e possono essere evocati.
Riuscire a farlo, per Rin sarà la via necessaria per sopravvivere alla Sinegard.

L’oscurità, però, incombe. La Federazione di Mugen si muove e la Terza guerra dei papaveri è sempre più vicina.
Rin crede che il potere sia l’unica soluzione alla minaccia. Ma quale sarà il prezzo da pagare?

La narrazione prende forma nella nazione del Nikan. Si tratta di una terra politicamente frammentata e instabile, sull’orlo dell’implosione. Ad essa, si contrappone la Federazione di Mugen, storico nemico dei nikariani.
Il world building risulta però nel complesso incompleto, lasciando aperti molti quesiti e dubbi cui si spera risponderanno i romanzi successivi.

Le vicende trattate nell’opera sono visibilmente ispirate a eventi storici reali. Nello specifico, si parla della seconda guerra sino-giapponese, con chiari riferimenti allo stupro di Nanchino e alcuni accenni alle precendenti guerre dell’oppio. 
Particolarmente presenti sono la cultura e la filosofia orientale, accompagnate da un’attenta presenza della teoria militare cinese, esemplarizzata attraverso frequenti citazioni della nota opera di Sun Tzu, “L’arte della guerra”.
La qualità e l’accuratezza di tali riferimenti, si deve agli studi dell’autrice stessa, incentrati su storia, cultura e filosofia della Cina.

Fang Runin

Figura centrale del romanzo è Fang Runin, o più semplicemente Rin. Orfana di guerra che ambisce però ad un riscatto personale. Riscatto che si traduce nella carriera militare.

Il successo iniziale di Rin, che la porta a superare il difficilissimo esame del kējǔ ed entrare alla Sinegard, segna quello che sembrerebbe il classico processo evolutivo di una protagonista.
Una ragazza di origini umili ma ambiziosa, circondata dai rappresentati di una classe sociale ben più elevata, che si sentono in diritto di discriminarla. Usando le parole che Maestro Feyrik le rivolge davanti alle porte dell’accademia: “La tua sola presenza li offende”.
Il desiderio di rivalsa, di dimostrare a tutti di essere esattamente nel posto in cui merita. L’aiuto di un mentore insolito e apparentemente pazzo, ma saggio. L’ascesa. Tutto dovrebbe raccontare la nascita e crescita di un’eroina, consapevole e forte della superiorità raggiunta grazie ai propri sforzi.

Immedesimarsi e sostenere una figura di questo tipo dovrebbe essere scontato e immediato. La si potrebbe persino invidiare.
Ma davanti a Rin, questo non avviene. Per quanto una simpatizzazione iniziale potrebbe essere effettivamente presente, da subito risulta una figura estrema nelle proprie scelte, votata a qualsiasi tipo di sacrificio pur di riuscire nei propri obiettivi. Se inizialmente tale aspetto sia quasi ammirevole, assume però dei tratti inquietanti e oscuri, che sottolineano una crescente ambiguità morale della protagonista.

L’ambizione e il desiderio di migliorare di Rin si trasformano presto in una ottusa ricerca del potere. Tutto ciò che lei vede o apprende, è volto al raggiungimento di una superiorità schiacciante, sui compagni, sull’esercito nemico, sui suoi stessi alleati.
E la scoperta dell’esistenza dello sciamanesimo, della predisposizione naturale che la distingue, segna per Rin un vero e proprio punto di non ritorno. 
Da questo momento in poi la sua realtà cambia totalmente, creando in lei un vero dualismo. L’animo della protagonista inizia ad oscillare tra la fascinazione verso i misteri dell’universo rivelati dal suo maestro e il cieco bisogno di trasformare tali misteri in puro potere.
Rin è e resta un soldato, non smetterà mai di ragionare come tale. E questo la rende profondamente instabile.

“Era una dea oppure un mostro? Forse nessuno dei due. Forse entrambi.”

Per quanto luce e ombra nel personaggio siano in grado di equilibrarsi, avviene un’evoluzione turbolenta e insolita, dai risvolti raccapriccianti.
Il grande paradosso della protagonista emerge con forza. Il suo metro di giudizio si rivela corrotto. Tutto si giustifica in un colpevole costantemente altro, dietro un non avere scelta.

Ma in verità, Rin ha la possibilità di scegliere. Le sue sono decisioni consapevoli. Ha tutte le carte per fare quella che si direbbe la scelta “giusta”.
Le decisioni che prende spesso sembrano incerte a lei per prima, ma nell’arco di poco tempo raggira i suoi stessi pensieri. Ciò che lei sceglie non può che essere giusto, perchè è lei il “buono” della storia.

Viene dunque da chiedersi: cos’è Rin veramente?

Gli “altri”

Rin è indubbiamento la figura principale del romanzo, di conseguenza la narrazione la pone al centro degli eventi costantemente. Non ci sono scene in cui sia assente, ragion per cui tutti gli altri personaggi vengono presentati generalmente in base al rapporto o l’approccio che hanno con lei.
I rapporti umani raccontati sono realistici, ma spesso distruttivi e disturbanti. Si instaurano dinamiche personali profondamente complesse, che sono in verità il riflesso dell’ambiente circostante.

Nonostante la presenza in scena di gran lunga ridotta, però, ognuno di loro è ben caratterizzato con i suoi pregi e difetti. La differenziazione dei caratteri e delle relative storie è ben curata, ma non completamente mostrata.
In quasi tutti l’evoluzione e la crescita avvengono “dietro le quinte”. Arriva infatti un momento in cui i vari nomi si disperdono e solo successivamente, ad un nuovo incontro con Rin, è possibile comprenderne la crescita e il nuovo pensiero. Sarebbe interessante, in futuro, assistere in prima battuta ad un’eventuale nuova evoluzione di queste figure.

Sono anche diversi i casi di crescita negativa, che hanno una differenza fondamentale rispetto al processo attraversato da Rin. Mentre lei, come detto, ha la possibilità di scegliere, gli altri cambiano come conseguenza degli eventi.
Sono vittime inesorabili della guerra, che agisce imperterrita e crudele sui loro corpi e sulle menti.

Uccidere ed essere uccisi. Vivere e morire. Bruciare.

La guerra dei papaveri si divide in tre sezioni. 

La prima parte svolge un ruolo prevalentemente introduttivo e si caratterizza di uno scorrere del tempo molto rapido, raccontato attraverso episodi sparsi che espongono la vita accademica della Sinegard. Scopo fondamentale è, ovviamente, la preparazione e la crescita, in questo caso specificatamente anagrafica, dei ragazzi che saranno poi soldati. Per questo, regna un clima particolarmente mite, i cui brevi sprazzi di violenza o azione sono logiche conseguenze dell’addestramento militare degli studenti.

Ma sono le altre due sezioni a racchiudere quello che è il vero cuore del romanzo. La guerra, pura e assoluta. La leggera sensazione di inquietudine e il clima teso che si sviluppa negli ultimi capitoli dell’accademia, si trasforma in una realtà di terrore. Il romanzo assume improvvisamente un tono estremamente cupo e drammatico, riflettendo l’orrore improvviso della guerra che scoppia molto più feroce di quanto atteso. Il cambio di tonalità è brutale, ma con uno scopo ben preciso, ovvero rendere chiaro anche sul piano narrativo il senso di straniamento vissuto dai personaggi.

La violenza sporadica iniziale, diviene assoluta. Le tematiche si fanno via via più pesanti, manifestandosi con vere e proprie descrizioni grafiche. La guerra, con le sue atrocità, viene esposta con una nitidezza quasi agghiacchiante, al limite dello storicismo. Gli eventi sembrano visibili. Non viene risparmiato nulla al lettore.

Rebecca Kuang ha uno stile estremamente grafico e pulito, che se all’inizio favorisce una lettura sostenuta e scorrevole, provoca un rallentamento intenzionale in seguito, per far sì che tutto ciò che è raccontato venga colto alla perfezione, in ogni singolo dettaglio. 

Proprio per questo, forse la categorizzazione di questo romanzo come Young Adult è inadeguata. Come sottolineato dalla stessa autrice, sarebbe più indicato considerarlo prettamente rivolto a un pubblico adulto. È infatti preferibile che il lettore sia una figura ben consapevole del livello estremamente alto di violenza e crudeltà presenti nell’opera.

Fantasy e Folklore

Interessante è la distribuzione degli aspetti fantastici del libro. Sembra quasi di trovarsi a metà tra low ed epic fantasy.
Infatti, da principio, ciò che dovrebbe rappresentare l’elemento fantastico sembra più che altro una semplice esposizione delle credenze religiose e culturali del Nikan. Lo sciamanesimo si presenta come una questione folkloristica, puramente teorica e filosofica.

Anche in questo caso, il cambiamento vero e proprio avviene con la guerra e la presenza della caratterizzazione fantastica aumenta esponenzialmente. 
Pur sembrando alle volte soffocata dagli aspetti più realistici, assumendo i toni di una cornice o di un “deus ex machina”, in realtà l’equilibrio delle parti è ben gestito. La distribuzione scenica del fantasy vero e proprio, infatti, si amalgama perfettamente con le fondamenta reali del romanzo, risultando in un piacevole effetto di naturalezza.

Moralmente complesso e narrativamente potente,  La guerra dei papaveri di Rebecca Kuang è un romanzo difficile e cruento, ma splendido. Estremamente crudo, sovrastano il lettore l’odio e la rabbia costanti, fino a provocare una sensazione di malessere. L’atrocità della guerra è raccontata senza peli sulla lingua e si è costretti a riflettere a lungo e profondamente sulla lettura.
La conclusione lascia aperti molti quesiti, creando una grande aspettativa per il secondo capitolo della trilogia, che si prospetta forse ancora più cupo. 

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