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L’Acchiapparane – Recensione

Sono sicura che chiunque di voi sia appassionato di serie tv avrà sentito parlare di Sweet Tooth, il nuovo adattamento televisivo dell’omonimo fumetto di Jeff Lemire, prolifico autore canadese. Lemire, all’età attuale di 45 anni, conta sulle spalle decine e decine di produzioni, molte delle quali targate Marvel Comics e DC Comics, e la sua opera Black Hammer ha addirittura generato una serie di spin off che hanno portato alla creazione di un nuovo, personale universo supereroistico.

Una carriera intensa e brillante che non lascia a Lemire un attimo di riposo. Proprio per questo l’autore, dopo aver lavorato a opere serializzate destinate al grande pubblico, decide di dedicarsi a un progetto estremamente intimo che, seppur ideato per sé stesso e non per i suoi lettori, vedrà comunque la sua pubblicazione nel 2019. Il titolo di questa particolare opera è L’Acchiapparane (in patria Frogcatchers) e sbarca in Italia proprio questo mese grazie alla casa editrice Bao Publishing.


Un uomo senza nome e senza memoria si sveglia all’improvviso all’interno della camera di un hotel. Sul tavolino trova la chiave che apre la stanza numero 309, sulla cui porta è appeso il corpo di una rana. Ben presto il protagonista scoprirà di non essere solo: all’interno dell’albergo ci sono anche un bambino e dei temibili nemici dai quali i due dovranno tentare di scappare. Unica regola: non aprire MAI la porta della stanza 309, perché al suo interno giace qualcosa di spaventoso…

L’Acchiapparane è un’opera che, in circa cento pagine, si pone l’obiettivo di esorcizzare le paure più profonde dell’essere umano portandole alla luce in tutta la loro brutalità, e lo fa attraverso un susseguirsi di tavole dal sapore onirico che, durante l’intera narrazione, vi daranno l’impressione di assistere a un lungo sogno. Nelle tavole il bianco e il nero fanno da padroni, si fondono e danno vita a molteplici sfumature di grigio, talvolta dall’aspetto frenetico e sporco, talvolta molto più morbido e sfumato, lasciando di tanto in tanto che il colore prenda il sopravvento e vada a enfatizzare momenti particolarmente rilevanti. Per Jeff Lemire l’arte del disegno rappresenta un’ancora di salvezza, il punto saldo che lo aiuta a sfogarsi e a mantenere un equilibrio interiore e questa sua dipendenza positiva è chiarissima in quest’opera.

Per buona parte della storia infatti l’autore decide di mettere da parte le parole e far parlare, anzi, gridare i suoi disegni. Ogni dialogo è superfluo, le azioni che si susseguono con incredibile fluidità attraverso le pagine del fumetto non hanno bisogno di essere spiegate perché, si sa, a volte un gesto vale più di mille parole. Nulla è lasciato al caso, ogni dettaglio, anche il più semplice e all’apparenza banale nasconde molteplici significati, talvolta difficili da comprendere pienamente a un primo sguardo. È proprio questa complessità ciò che rende L’Acchiapparane non solo un semplice fumetto, ma un intimo viaggio all’interno della psiche e del cuore dell’autore, il quale si mette a nudo, ci mostra il suo lato più fragile e intimo e contemporaneamente ci pone davanti a tutte quelle insicurezze che vengono a farci visita durante la nostra vita, ma che tendiamo a ignorare per paura di soffrire.


Pensi di avere tutto il tempo del mondo, come se le cose durassero per sempre. Ma scorre tutto così in fretta.

Il peso dei ricordi è uno dei temi che Jeff Lemire decide di affrontare attraverso questa squisita opera. La nostra mente è una macchina che sin dalla primissima infanzia lavora per immagazzinare le esperienze che abbiamo vissuto. Sono tutte lì, anche quelle che crediamo di aver perduto giacciono in qualche luogo nascosto della nostra psiche, come un bambino che si nasconde in uno scantinato per sfuggire dai mostri. A volte ricordare il passato può essere davvero piacevole, altre volte può generare in noi una sorta di malinconia, altre volte ancora può addirittura ferirci.

Jeff Lemire decide di porre l’accento su quei gesti che nel momento in cui vengono attuati ci risultano di poco conto, ma che in futuro possono invece essere fonte di rimorso. Non a caso i protagonisti dell’opera sono tre individui che si trovano in tre stadi differenti di quella corsa che chiamiamo vita: un bambino, un adulto e un anziano. Se i bambini attribuiscono un grande peso anche al più piccolo gesto gli adulti tendono, a volte, a non tener conto delle loro azioni, le stesse azioni con le quali dovranno fare i conti una volta giunti al termine della corsa e alle quali non potranno poi rimediare. Il senso di colpa, il rimorso e il pentimento sono cose che spaventano l’essere umano, eppure tendiamo sempre a pensare che possa esserci un rimedio.


Non si può tornare indietro, ma tranquillo, non manca molto.

Lemire stesso definisce L’Acchiapparane un’opera che nasce con l’obiettivo di meditare sul naturale processo che ci porta a crescere, ad abbandonare la spensieratezza tipica dell’età infantile per entrare nel mondo degli adulti e, successivamente, a invecchiare. Quant’è difficile accettare il fatto che la bellezza, la forza e la speranza della gioventù sono destinate a scemare piano piano e che il nostro corpo e la nostra mente, un giorno, potranno non essere più sotto il nostro pieno controllo? La sensazione di avere dei limiti che vanno contro la propria volontà porta l’essere umano ad aver paura e la paura lo porta a ignorare ciò che nel profondo sa perfettamente: prima o poi tutto quanto finisce. Questa è una consapevolezza insita in ognuno di noi, eppure molte volte agiamo come se ne fossimo all’oscuro.

I personaggi de L’Acchiapparane sono persone comuni, persone che a volte hanno dato per scontate molte cose e che come tutti si sono sentite immortali, ma ciò che accadrà all’interno dell’hotel li farà riscoprire estremamente attaccati alla vita. Quante volte rimandiamo ciò che dovremmo o vorremmo fare perché diamo per scontato che domani ci sarà un’altra occasione? Perché lo facciamo? Forse per incoraggiarci, per convincerci che il nostro tempo non ha un limite? È su questi temi che l’autore decide di riflettere, anzi, può addirittura sembrare che attraverso L’Acchiapparane Lemire abbia voluto mettere in pausa per un attimo la sua vita per chiedersi “se morissi oggi, potrei dirmi soddisfatto della mia esistenza?” e facendo ciò invita tutti i suoi lettori a domandarsi la stessa cosa.


Pensa alla cosa più spaventosa che riesci a immaginare. Il re è peggio di quella.

La vita è una medaglia con due facce: se da un lato abbiamo l’impotenza della vecchiaia, dall’altro troviamo la spensieratezza dell’infanzia. Jeff Lemire medita sul processo che ci porta a invecchiare e a indebolirci, ponendolo in contrasto con la tenacia e l’energia tipica dei bambini. Il personaggio del ragazzino è infatti un punto focale nell’opera, una figura fragile ma allo stesso tempo tanto forte da sembrare quasi una guida, una sorta di piccolo Virgilio moderno, capace di accompagnare il protagonista nelle situazioni più disperate. Nonostante questo rimane sempre un bambino, e come tale avrà paure che nella sua testa verranno ingigantite e distorte fino a prendere forme inaspettate. Spetterà quindi all’adulto della situazione fargli forza e aiutarlo ad affrontare i suoi timori.

Le preoccupazioni possono diventare mostri difficili da sconfiggere, creature che è molto più facile ignorare, relegare in un angolino buio anziché affrontarle. Tuttavia, una volta preso il coraggio necessario per fronteggiarle, l’esito potrebbe essere davvero inaspettato. Un altro grande tema sul quale l’autore vuole riflettere è il dilemma che da secoli e secoli affligge l’essere umano: qual è il senso della vita? Jeff Lemire, come chiunque altro, non ha una risposta, ma ciò che è certo è che ognuno di noi può trovare un personalissimo scopo nella propria esistenza. Le responsabilità pesano come un macigno sullo stomaco.

Essere adulti a volte può far perdere di vista le cose che realmente sono importanti, così l’autore decide di enfatizzare i piccoli momenti della vita, quelli che nella società moderna vengono dati per scontati perché nessuno ha abbastanza tempo da soffermarsi a riflettere. A un certo punto dell’opera un personaggio arriverà a porsi una domanda che metterà in dubbio la sua intera esistenza e questa domanda arriva con estrema crudezza anche alla mente del lettore. Quel che reputo di vitale importanza è realmente così rilevante? Le mie priorità sono giuste o dovrei rivederle? Sembra quasi un personale esame di coscienza quello che Lemire fa attraverso il suo personaggio e, allo stesso modo, invita i suoi lettori a fare altrettanto.

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By Marianna Basili

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