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Locust Vol.1 – Recensione

Il mondo non è finito con un’esplosione. Il mondo è finito con un ronzio di decine di milioni di infetti trasformati in Locuste. Il virus si è diffuso dall’Africa, prendendo alla sprovvista il mondo intero, impreparato. Non è l’Egitto dunque. Non è l’ottava piaga. E’ la Leviathan Labs che non si ferma mai. Come Massimo Rosi del resto. Arriva Locust Vol.1, in America originariamente per Scout Comics, di Rosi e Nieto.

New York City, un silenzio assordante. L’umanità ormai è caduta per colpa di una pandemia apocalittica che trasforma le persone in locuste giganti assetate di sangue. I sopravvissuti non infetti lottano per rimanere in vita. Alcuni cercano di fuggire dalla Grande Mela. Riusciranno nell’impresa?

Quando nevica c’è più silenzio.

Rosi ormai è una garanzia. L’autore non si risparmia mai e regala momenti epici dando al lettore la possibilità di leggere qualcosa che esce dai classici canoni stilistici e narrativi richiamando le sensazioni e le atmosfere di grandi classici come La Cosa, L’esperimento del dottor K, il suo remake de La mosca, The Day After Tomorrow e tantissimi altri.

Il fatto stesso di creare una storia pandemica e post-apocalittica, visto lo stato del mondo con la situazione Covid, è un forte richiamo per tutti i lettori di un certo tipo che voglio immergersi un un racconto particolare. Infatti Locust ha la forte capacita di regalare al lettore un’esperienza di lettura unica fatta anche di silenzi, solitudine, rammarico e orrore. Queste premesse vengono mantenute grazie alla capacità dell’autore di calibrare il ritmo attraverso “spazi” carichi di tranquillità e altri adrenalinici. Questo si traduce in un contesto narrativo ben ritmato.

Nonostante l’incipit di un virus che trasforma in mostri non sia originalissimo, il duo Rosi/Nieto imbastisce una storia che può lasciare il segno. Questo grazie anche al lavoro di lettering fatto da Mattia Gentili e Camilla Ciagli, un elemento di fondamentale importanza per Locust in quanto gli effetti sonori sono particolarmente forti e inseriti magistralmente. Questi mettono a fuoco quei ritmi menzionati sopra dandogli un’ulteriore sfumatura di “sapore”.

“A cosa siamo serviti veramente?”

La caratterizzazione dei personaggi è ben congeniata. L’autore, come al solito, non si limita a creare personaggi solo dal punto di vista fisico o psicologico, ma aggiunge sempre quell’alone di vissuto, sociale e culturale. Un insieme perfetto che umanizza e rende veritiere le figure con cui si ci immedesima – per forza di cose – facilmente. Le dosi di sensazioni che Rosi regala, pagina dopo pagina, sono ben calibrate e permettono ai lettori di non stancarsi mai. Tutt’altro: avrete le giuste motivazioni per continuare la lettura incuriosendovi sempre più.

Nieto disegna e colora Locust alla perfezione. La semplicità nell’arte che troverete non solo si lega benissimo al fil rouge della sceneggiatura, ma porta la vostra attenzione a percepire ogni linea, colore e sfumatura. Dalle inquadrature, alla prospettiva, passando per i primi piani e le scene d’azione vi aiuterà ad essere maggiormente coinvolti. Ogni strada, ronzio di una radio, palazzo abbandonato ormai in malora vi porterà “ad ascoltare” la scena facendovi assaporare quel rammarico di ricordi di vita vissuta e quotidianità ormai perse. Il brossurato che l’editore ci propone è sempre il top del top. Potrebbe essere benissimo considerato quasi un mezzo cartonato. Inoltre, Locust volume 1 di 2, potrete trovarlo anche due edizione variant realizzate da Roberto Ricci, Josè Juan RYp e Victor Santos.

In conclusione, Locust di Massimo Rosi e Alex Nieto, è una nuova serie che inevitabilmente rappresenta uno spicchio di realtà dove una pandemia è il centro di tutto. Una storia che parla di sopravvivenza e voglia di ritrovare una vita. Un racconto avvincente e efficace, con mostri cattivi e un’ambientazione post-apocalittica che non passa inosservata.

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By Paolo Monticciolo

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

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