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Per le strade di Tokyo – Recensione

Sono ormai terminate le Olimpiadi di Tokyo 2020 e la città è stata in pieno fermento, allo stesso modo in cui Nick Brandley ne parla nel suo libro Per le strade di Tokyo, romanzo pubblicato in Italia da pochi mesi da Casa Editrice Nord e grazie al quale l’autore ha fatto conoscere il proprio nome in occidente, ottenendo un rapido successo in particolar modo tra le fila degli appassionati di cultura giapponese.

Kentaro è un tatuatore di professione che, in momenti in cui non è impegnato con dei clienti, è solito ingannare il tempo guardando porno all’interno del suo laboratorio sporco e desolato situato nel quartiere di Asakusa. E’ proprio durante un giorno in cui si trova concentrato davanti al suo pc che riceve l’inaspettata visita da parte della giovane Naomi, entrata nel suo negozio con la precisa idea di farsi fare un tatuaggio. Anche per un professionista come Kentaro la richiesta che la ragazza gli pone è alquanto strana e complicata: desidera infatti sulla sua schiena un tatuaggio che raffiguri la mappa intera della città di Tokyo, priva però di figure umane. L’uomo si mette così all’opera avendo premura di avvertire la cliente che il lavoro non potrà essere completamente terminato prima di due anni.

Mentre si sta occupando della raffigurazione del quartiere di Shibuya, Kentaro non riesce però a trattenersi ed inserisce la figura di una gatta, una piccola macchia di colore davanti la statua del cane Hachiko. Nelle sedute successive il tatuatore si accorge con sommo stupore che l’animale non è più nel punto in cui lo aveva raffigurato ma si è spostato in un’altra zona. Come se avesse vita propria, il gatto si muove a piacimento all’interno della mappa tatuata sulla pelle di Naomi. In quegli stessi attimi per le strade della metropoli giapponese che si sta preparando ad accogliere i giochi olimpici, una gatta calico passeggia indisturbata e senza troppi pensieri. Durante il suo cammino incontra di volta in volta uno svariato numero di persone le quali ignorano che quella gatta, che alcuni di loro noteranno anche per un solo istante, fungerà da filo conduttore all’interno delle vite di ciascuno, in qualche modo tra di loro collegate.

Il tatuaggio in Giappone

Nel Paese del Sol Levante le differenze rispetto all’occidente sono numerose e piuttosto articolate, non solo da un punto di vista comportamentale ma anche nei riguardi della mentalità. Relativamente al modo in cui i giapponesi concepiscono l’elemento stesso del tatuaggio possiamo prendere come esempio gli onsen, ovvero i luoghi termali, molti dei quali non consentono l’accesso a persone tatuate, sia che si tratti di gente del luogo che di turisti venuti dall’estero. Nell’ideale nipponico prevale un forte legame tra il possedere tatuaggi all’essere un componente della malavita e di conseguenza chiunque ne abbia in gran quantità e in bella vista sul proprio corpo rischia di essere collegato alla yakuza, la nota organizzazione criminale giapponese.

Vero anche che gli unici tatuatori presi in considerazione sono quelli che si trovano nel quartiere di Shibuya, i quali utilizzano mezzi moderni nel loro lavoro. Ciò dimostra che c’è dunque una differenza tra il metodo dei tatuatori di Shibuya e quello utilizzato da Kentaro, perché quest’ultimo è un maestro della famosa tecnica tradizionale giapponese, il cosiddetto tebori, che prevede l’inserimento dell’inchiostro sottopelle attraverso l’utilizzo di una bacchetta alla cui estremità sono inseriti degli aghi. Trattasi di una tecnica molto dolorosa, al punto che sono pochi i clienti in grado di sopportare l’immenso dolore. La maggior parte di loro non riesce ad evitare di stringere i denti o lanciare acuti e tormentati lamenti.

Leggendo Per le strade di Tokyo non ci si deve sorprendere se gran parte dei clienti che frequentano il negozio del tatuatore Kentaro appartengono proprio al mondo della yakuza. La motivazione è da collegare anche all’azione svolta dal governo nell’indicare i tatuaggi irezumi come legati alla criminalità, ragion per cui moltissimi giapponesi disprezzano fortemente l’arte dei tatuaggi, i quali vengono così visti come mezzi porta sfortuna. Da qui il motivo per cui sono sempre di meno le persone che vogliono intraprendere il lavoro del tatuatore tradizionale, e proprio per questo Kentaro non ha suo malgrado alcun assistente. In ciò egli prova tuttavia un senso di dominio: grazie al suo lavoro ha la possibilità di far piangere e piegare dal dolore uomini pericolosi e temuti dall’intera società, acquisendo così una sorta di macabro godimento che va a toccare quasi il sadismo.

La dura realtà

Agli occhi degli occidentali il Giappone è visto essenzialmente come una delle nazioni più ricche e all’avanguardia di tutto il mondo, esente da qualsiasi condizione di povertà. L’autore di Per le strade di Tokyo dimostra quanto questa considerazione sia errata, dal momento che la realtà è ben diversa da quella che gli stranieri potrebbero immaginare. In questo Paese apparentemente perfetto c’è infatti un gran numero di persone senza fissa dimora, costrette a vagabondare per strada dietro lo sguardo sprezzante dell’intera comunità che li tratta alla stregua di fantasmi. Una presentazione assai insolita della città di Tokyo e di tutti i suoi lati più nascosti. Basti pensare anche alla mossa fatta eseguire dal governo nel procedere all’eliminazione di tutto ciò che possa essere ritenuto “marcio” e scomodo, in modo da non presentare alcun elemento disturbante agli occhi dei turisti che sono giunti in occasione delle Olimpiadi. Tutto dev’essere perfetto, e anche gli edifici più vecchi necessitano di essere smantellati, nonostante i cittadini protestino affinché venga mantenuto la conservazione di tutto ciò riguardi la storia della città.

“Ti stupirà ma la maggior parte delle persone che lavora qui non è di Tokyo. Arrivano da fuori, convinte di trovare la felicità. Ma una volta qui … beh, si accorgono che non è un paradiso”

Tokyo è la meta ambita da tutti, anche dagli stessi giapponesi provenienti da diverse prefetture. Tutto in città si muove freneticamente. Uomini in giacca e cravatta, donne in abiti eleganti e adolescenti in divisa scolastica camminano velocemente sui marciapiedi, ignorando il mondo circostante. L’indifferenza e la pacatezza dei cittadini riflettono un sistema basato sul controllo e sul lavoro, un universo in cui difficilmente uno straniero riesce ad integrarsi nell’immediato.

All’interno dei mezzi di trasporto sono affissi dei cartelli in cui si avverte la clientela femminile della possibile presenza di molestatori e di urlare “chikan“, che in giapponese significa appunto “molestatore”, in caso di pericolo. Le vittime infatti non devono assolutamente reagire in altro modo, in caso contrario rischierebbero addirittura di essere rimproverate da quei presenti che tuttavia non mostrano segni di reazione alla presa coscienza di una molestia sessuale. Un terribile fenomeno che è in rapida espansione non solo a Tokyo ma in tutto il Giappone e che gli occidentali, come nel romanzo la traduttrice americana Flo, non sono in grado di accettare, considerando anche che nessuno dei presenti sente la necessità di intervenire.

Una città in cui niente è facile come potrebbe sembrare e in cui l’educazione non è sempre parte integrante di tutti, com’è dimostrato nel caso dell’autista Taro costretto a sorbirsi le lamentele, le imprecazioni e le eventuali offese da parte di ogni scortese cliente, perché quest’ultimo considerato nell’ottica nipponica al pari di un dio verso cui il lavoratore è obbligato a mantenere un atteggiamento di rispetto e deferenza, conservando il proprio umile contegno anche di fronte alla maleducazione più feroce.

“Qualunque cosa facesse, sarebbe comunque stato un pesce fuor d’acqua, e gli altri lo avrebbero amato o detestato per il semplice fatto che non era giapponese”

Per le strade di Tokyo è un romanzo scritto da un autore inglese che ha vissuto in Giappone per dieci anni, acquisendo così una dura consapevolezza di ciò che realmente i giapponesi pensano riguardo gli occidentali. Ha la possibilità di mostrare le costanti difficoltà di cui sono vittime gli immigrati che in Giappone vivono e lavorano e che Nick Brandley stesso avrà provato sulla propria pelle. Termine utilizzato per indicare gli stranieri è ”gajin”, i quali e sono generalmente sempre guardati con sospetto e timore. Definizione che non viene però collegata solo agli europei o americani ma gli stessi asiatici rientrano nella categoria dei gaijin, come i coreani che sono spesso costretti a subire atteggiamenti razzisti e denigratori da parte dei nipponici.

“Quanto è lungo il viaggio che va dal momento in cui da bambino gonfi il petto e affermi spavaldamente <<io da grande farò lo scrittore!>> a quello in cui pubblichi davvero il tuo primo libro”

Avendo approfondito la figura del gatto all’interno della letteratura giapponese in un dottorato in critica letteraria, Nick Brandley ha preso ispirazione dalla leggenda del demone gatto giapponese, il bakeneko, in grado di mutare la propria forma in quella di una giovane donna. Una serie dunque di elementi che si riscontrano all’interno di Per le strade di Tokyo, infondendo curiosità da parte del lettore amante o meno del folkrore nipponico. Grazie alla sua esperienza dovuta all’aver trascorso tanti anni nella capitale giapponese, Brandley svela qui la vera faccia di una metropoli presentata spesso nei manga, anime o film. Mostra infatti una Tokyo nuda e cruda, in ogni sua sfaccettatura.

Per le strade di Tokyo è un romanzo che presenta uno stile fresco e scorrevole, di facile lettura. Presto ci si rende conto che nella storia non è presente un vero e proprio protagonista ma la figura centrale resta comunque quella della gatta, la cui presenza è necessaria per l’andamento degli eventi narrati. Le dinamiche dei vari personaggi sono intrecciate e costituite da un sottile legame che inizia lentamente a distendersi, rendendo il lettore più consapevole.

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By Claudia Onorati

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