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Rai Libro due – Recensione

Il 10 febbraio è finalmente uscito, sotto la nuova etichetta ASTRA, per i titoli occidentali, di Edizioni Star Comics, il secondo volume, della nuova serie, dedicato al cyborg ronin. Una storia che i fan dell’Universo Valiant attendevano con trepidazione, dopo il viaggio intrapreso nel precedente numero. Alla scrittura di Rai Libro due, ritroviamo, ovviamente, Dan Abnett, che prosegue quegli eventi incominciati in Fallen World, e ancora prima con la caduta del Nuovo Giappone.
Una caccia per eliminare per sempre la dispotica I.A., conosciuta come il Padre, attraverso una riscoperta della propria umanità, da parte di Rai. Un percorso che l’autore inglese svolge con maestria, arrivando a toccare nel profondo il lettore, già in diversi frangenti del primo numero di questo nuovo racconto.

Cerco di essere umano in modo che, quando verrà il momento, saprò come morire

Lo stesso team si ripresenta e abbiamo, quindi, ai disegni Juan José Ryp, che verrà però sostituito, nelle sequenze finali dell’ultimo capitolo, da Beni Lobel, caratterizzato da uno stile più semplice. Infine, ai colori Andrew Dalhouse si riconferma in grado di suggestionare attraverso le sue sfumature.

Rai e Raijin proseguono la loro ricerca, nel tentativo di fermare il piano del “Padre” di ristabilire il proprio dominio sul pianeta. Nelle terre selvagge del mondo post-apocalittico incontreranno una moltitudine di personaggi e posti diversi, come mai avrebbero immaginato nell’ingannevole utopia tecnologica di Nuovo Giappone, il luogo che un tempo chiamavano casa.

Aiutare l’umanità o aiutare il singolo?

Rai, e suo fratello Raijin, un prototipo, percorrono le strade di un mondo post-apocalittico, dove tutto è cambiato ed è in un costante mutamento, nel tentativo di porre fine all’esistenza delle progenie del Padre di Sangue. Le comunità sono isolate, continuamente sotto attacco, implorano aiuto, ma non vengono ascoltate. Quando poi una minaccia oscura prende il sopravvento la situazione non andrà sicuramente a migliorarsi. Tra romani, ibridi mutanti e molto altro… Rai dovrà rendere conto delle proprie decisioni. Può un obiettivo, per quanto nobile e giusto questo sia, mettere in secondo piano tutto il resto? Può utilizzare ancora a lungo la scusa dietro cui si nasconde?

In un mondo che si sta ricostruendo, dalle ceneri della sua caduta, compare una nuova voce, un segnale, attraverso il flusso di dati. Chi è Ray? Che cosa vuole? Nuove domande, sorgono mentre una nuova guerra, tra forze incontrastabili, ha inizio. Il vecchio mondo deve lasciare posto al nuovo. E non sai di chi poterti fidare, tra buone intenzioni, probabili aiuti, potrebbe celarsi una minaccia o una nuova speranza.

Una storia di cui ne vuoi di più

Abnett ha la capacità di tenere alta l’attenzione, con un susseguirsi di eventi, capovolgendo la situazione quando meno ce lo si aspetta. Il continuo cambio di scena, per abbracciare il progredire delle vicende vissute dai diversi protagonisti, è realizzato in modo egregio, non smorza il ritmo, al contrario crea un crescente di tensione, ricca di riferimenti al mondo tecnologico, con le sue complicate terminologie che evidenziano la cura e gli approfondimenti di Abnett, allo cyberpunk e cyberspazio, a civiltà perdute ed evolute.

Mentre il primo numero poteva essere visto come un viaggio interiore del cyborg ronin, Rai Libro due, preme il piede sull’acceleratore. Mette da parte vecchi volti noti, come Gilad il Guerriero Eterno, sostituendoli con personaggi nuovi e meno conosciuti, alcuni al loro esordio, mantenendone invece altri, come Lula alias Spylocke.

Se la storia funziona il comparto grafico non è da meno. Disegni che escono dalla gabbia delle vignette, invadendo le finestre vicine. I combattimenti sono da mozzare il fiato, in un continuo crescente attraverso una sequenza di colpi che appaiono cinematografici. Ma il cambio di disegnatore, anticipato in apertura, nel capitolo finale, il decimo, che risulta essere estremamente fondamentale per il futuro del racconto, si percepisce in modo prepotente durante la lettura.

Lo stile di Beni Lobel è più semplice e quasi stona con il realismo ed il dettaglio di José Ryp. Pur riconoscendo la bravura dell’artista, poco si sposa il confronto ed accostare le tavole è un colpo agli occhi. Un peccato che questo sia accaduto, soprattutto, nella fase chiave di un combattimento. Risulta apparire una sostituzione avvenuta in corsa, senza almeno cambio di scena, di situazione. A tenere unito il tutto è Andrew Dalhouse che, nonostante il drastico cambio di stile che in parte può far smarrire il lettore, fa mantenere una certa coerenza.

Nel finale, le consuete gallery seguono un approfondimento che espone la creazione di un nuovo, fondamentale, personaggio e la civiltà che ha eretto a propria immagine.

Insomma, la nuova serie dedicata a Rai appare come un piccolo gioiello che ci sentiamo di consigliarvi.

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