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Rocky Joe: Mezzo secolo dopo – Recensione

Iniziare a scrivere un articolo su un’opera riconosciuta ed immortale come Rocky Joe è stato un azzardo ed una sfida. Non è mai semplice parlare di qualcosa che ha raggiunto vette inarrivabili.
Rocky Joe è uno shounen pubblicato in patria in 20 tankobon, tra il 1968 ed il 1972, e portato successivamente in Italia da Edizioni Star Comics nel 2002. Recentemente la casa editrice ha ristampato l’opera in 13 volumi attraverso la Perfect Edition, edizione però non molto fortunata vista la fragilità della rilegatura, ma sicuramente buona in rapporto prezzo quantità.

Il manga è stato scritto da Asao Takamori con i disegni di Tetsuya Chiba.

Più di uno spokon

Negli anni ’70, con molta probabilità, non era presente una distinzione così netta tra shounen e seinen com’è al giorno d’oggi, ma sicuramente il manga non è di certo focalizzato per un pubblico troppo giovane, che non potrebbe cogliere appieno il senso completo dell’opera, perdendosi dei pezzi. Ma anche per la crudezza della stessa, da non sottovalutare.
Si tratta di uno spokon, visti i temi sportivi della boxe, ma va oltre inserendo ciò come scopo di vita di Joe Yabuki, il protagonista della storia.

Il tutto inizia con Joe che si ritrova ad essere ben lontano dal salire sul ring, nemmeno lo desidera. Ci vengono mostrati, prima di tutto, i bassifondi giapponesi di quegli anni. La quotidianità, la povertà, l’abbandono in cui vengono gettate queste persone le quali arrancano con le proprie forze, finendo delle volte a divenire dei fannulloni e dei ladri. Ma ci viene mostrato anche chi riesce ad emergere da questa situazione disperata in cui sono nati, a tenere la testa alta e ad ampliare la propria attività lavorativa un poco alla volta, un passo alla volta.
La determinazione e la volontà di andare avanti si presenta sotto diverse forme all’interno delle pagine.

Rocky Joe prima di uno spokon sulla boxe è un ritratto del Giappone più degradato. Ci viene aperta una finestra ad una ambientazione che risulta essere estremamente fondamentale per lo scaturire del racconto, ma che è anche una critica ed una denuncia. Un modo di far conoscere che è presente questa realtà, che spesso non vogliamo conoscere, o fingiamo non sia presente.

Una rivalità per il podio

Come spokon invece viene spesso osato un paragone con Slam Dunk, appartenente allo stesso genere, ma incentrato sul basket e realizzato da Takehiko Inoue, tra il 1990 ed il 1996. Le storie sono grandemente diverse, così come gli sviluppi. Ma oggi sussiste questa sorta di rivalità per il podio di miglior manga sportivo, riconoscendo la grandezza di entrambi. Probabilmente per come viene gestita la parte tecnica dello sport Slam Dunk è superiore, senza nulla togliere a come ciò è gestito in Rocky Joe nel quale gli approfondimenti non mancano di certo.

La storia

Il manga si apre con Joe Yabuki, un orfano, senza una casa, vagabondare per i bassifondi di un quartiere del Giappone, da cui è arrivato da chissà dove. Al suo arrivo sfocia subito il suo carattere rissoso, da teppista, ed è durante una rissa che viene puntato da un certo Tange, ex pugile ed allenatore, ora solamente un ubriacone che ha raggiunto il fondo. Ma vedendo come quel giovane, tira i pugni, con il suo stile selvaggio che si porterà dietro per sempre, conosciuto come l’attaccabrighe, vede una luce per il futuro, per il domani.

Il “vecchio”, così viene il più delle volte chiamato, prima in modo sicuramente dispregiativo, poi con toni amorevoli, cercherà in ogni modo di convincere il giovane ad entrare nel mondo della boxe, per costruirgli una strada. Joe non vuole sentire ragioni, ma poi un fuoco si accende, una fiamma che arderà sempre più, facendolo sentire vivo per la prima volta. Il ring diventerà la sua casa, la sua sola ed unica ragione di vita.

“[…] Forse non mi sono spiegato bene… io non faccio boxe solo per debiti ed obblighi morali… la pratico perché mi piace. È una giovinezza un po’ diversa da come la immagini tu ma… non poche volte ho provato una sensazione di appagamento, come di un fuoco che brucia… e proprio sul ring coperto di sangue. Non faccio come tanta gente che si accontenta di sopravvivere all’ombra senza mai sentire il fuoco della vita… anche solo per pochi istanti io brucio di una fiamma rossa ed accecante. E poi… quello che resta dopo è solo bianchissima cenere

La boxe, che tanto ripudiava, per lo più per puro disinteresse, gli ha cambiato la vita.
Da ragazzo di strada che arrancava con furti e truffe, per cui finirà addirittura in riformatorio, luogo che inizierà a temprarlo e gli darà l’occasione di conoscere la sua eterna nemesi ed allo stesso tempo amico, a uomo con uno scopo per cui bruciare.
Uno scopo che sicuramente in più di un’occasione lascia a desiderare il lettore, osservando il percorso sempre più buio, pericoloso ed autodistruttivo che sta seguendo Joe, incurante degli avvertimenti. Una strada che lo sbatterà al tappeto più di una volta, ma è anche questa la filosofia della boxe, che lo farà allontanare dalle persone che lo amano e di cui accetterà il fatto solo troppo tardi.

Il teppistello che ho scovato tra le baracche… il delinquete che è stato in riformatorio… è arrivato a far suonare per lui l’inno dalla stessa polizia che lo inseguiva

Il protagonista

Provare simpatia e tifare per il protagonista è una cosa che non verrà spontanea. Già questo è sicuramente un punto di forza per l’intera opera, la quale pur mostrando continuamente il punto di vista di Joe, difficilmente lo si appoggerà. Quando, al contrario, in gran parte delle opere fai il tifo fin da subito per il personaggio principale, qui avviene solo dopo la metà, se non quasi giunti agli ultimi volumi.
Questo perché Yabuki è una testa calda, dannatamente testardo, un ragazzo che vive sempre nel filo della tensione, con i nervi a fior di pelle ed estremamente arrogante.

Consapevole di com’è, di come il suo carattere plasmi la sua strada ed il suo essere visto, sembra non accennare quasi mai ad un cambiamento. Più per paura di mostrarsi senza la sua maschera, costruita nella sua infanzia a noi sconosciuta.
Joe Yabuki è un personaggio incredibile. Seguirlo dal primo capitolo fino alla fine. Cominciando odiandolo e finendo per amarlo, per il suo cambiamento e per la sua incredibile forza di volontà.

I personaggi

Ma l’opera non funziona solo con Joe. Attorno al protagonista ci sono una moltitudine di personaggi fondamentali e caratterizzati in maniera reale ed umana.

Abbiamo l’ubriacone ed allenatore Tange, che prima di tutto si vede come un padre per il ragazzo, pronto a proteggerlo e a subire al suo posto.
L’amico e spalla Nishi, conosciuto in riformatorio finiscono per entrare nel mondo della boxe e ad allenarsi insieme. Un personaggio che ha subito un’enorme evoluzione sia fisica che caratteriale, ma che con lo scorrere dei volumi vedremo sempre meno, quasi messo apparentemente in secondo piano. Ha preso la sua strada e probabilmente è stata anche una scelta per non togliere spazio a Joe, portando di conseguenza ad una gestione altrimenti più complicata.
Sempre dal carcere minorile, facciamo la conoscenza di Rikiishi, eterno rivale e fantasma che si porterà appresso fino alla fine.

Yoko, ricca ereditiera, proprietaria di una prestigiosa palestra, sarà l’ombra di Joe per tutta la storia. Un’ombra che appare dapprima opprimente ed insistente che finirà per essere disprezzata dal protagonista, continuamente offesa ma la quale incassa, quasi come un pugile, rimanendo sempre in guardia. Yoko appare come il secondo protagonista di tutta la storia, un personaggio scomodo da gestire, ma che si inserisce e funziona egregiamente e sicuramente indispensabile per tirare i fili della vicenda.

Seguono poi molteplici personaggi che appaiono secondari, altri solo in parte, che formeranno il carattere e la figura del campione Joe. I ragazzi e gli adulti della baraccopoli, i gestori del negozio di alimentari, i giornalisti, che lo seguono ovunque essendo, “l’Attaccabrighe Joe”, fonte infinita di scoop, e gli stessi campioni che affronterà nel ring, nella sua casa.

Un’opera immortale

Rocky Joe è sicuramente tra i pilastri della nona arte. Si tratta di un manga che contiene ed incastra alla perfezione la povertà, la disoccupazione e la giustizia, toccando quindi temi sociali. La perseveranza di raggiungere i propri obiettivi, non fermandosi e non sottostando davanti a niente e nessuno, rimarcando la risolutezza del proprio carattere. Tratta l’abbandono e l’amore, del come quest’ultimo viene rifiutato da chi non l’ha mai conosciuto, di chi non ha mai provato sulla propria pelle un piccolo gesto di gentilezza che viene visto solo come una falsità o una scusa per ottenere in cambio qualcosa.

Fa pensare… e molto. Ci si ritrova più di una volta a doversi fermare per andare coi pensieri al perché di quell’azione, di quella scelta, di quel comportamento.
È sicuramente anche per questo motivo che va letto lentamente e occorre prendersi il tempo che serve.

Tematica portante è il costruirsi la strada per il futuro, attraverso diverse lezioni impartite da Tange che faranno percorrere il simbolico “Ponte della lacrime” al contrario. Chi attraversa quel ponte, che porta ai bassifondi, è di solito qualcuno che ha perso tutto. Ripercorrerlo al contrario è sinonimo di chi ce l’ha fatta. Questi insegnamenti, però, porteranno Joe a percorrere una strada volutamente a senso unico verso alla sua inevitabile e conscia autodistruzione.

Ma è grandiosa perché nonostante tutti questi temi forti, dolorosi, di insegnamenti sulla vita, che tutti dovrebbero leggere, sa anche farti ridere, sa alleggerire la situazione che si sta vivendo in quelle pagine. Il tutto è così spontaneo e naturale.

Il finale per antonomasia

Si arriva infine al finale che non è un finale qualunque ma è “il finale”. La perfezione. Quanto si vorrebbe vedere sempre qualcosa di questo tipo, che oggigiorno manca e non è così scontato. Tutto ha portato a quel momento ed era con ogni probabilità prevedibile da molto prima, era nell’aria. Sì, perché Rocky Joe non si legge soltanto, ma si osserva in ogni minimo particolare, in ogni più piccola sfaccettatura.

La risposta c’è, anche se celata e nascosta, e, infine tutto torna. Ogni dialogo risulta importante, non c’è nulla di superfluo o buttato al caso. Si arriva all’ultima pagina immaginandosi la conclusione, ma ciò non toglie la potenza emotiva che il finale per antonomasia porta con sé. Così perfetto che nessuno vorrebbe cambiare. Così perfetto che è raro oggi gustarselo sulle nuove uscite.

In conclusione, Rocky Joe è capace di demolire emotivamente il lettore, di porti davanti a più scelte e percorsi di vita da cui si può solo imparare. Un’opera umana, fatta di sfumature, di sguardi e di gesti. Poi tutto è costruito attorno.

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