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Sakuragari, all’ombra del ciliegio – Recensione

A distanza di otto anni dalla prima pubblicazione italiana, Planet Manga (Panini Comics) ripropone una riedizione di Sakuragari – all’ombra del ciliegio, di Yuu Watase. Precedentemente suddiviso in tre volumi, la nuova raccolta – “Complete edition” – li comprende tutti in un solo, unico tomo.

Tokyo, 1920 (anno nono dell’era Taisho). Masataka Tagami è un giovane studente che, lasciando il proprio villaggio natale, giunge nella capitale dell’impero giapponese per motivi di studio. Intenzionato a superare l’esame di ammissione al liceo, Tagami cerca lavoro per potersi mantenere e pesare il meno possibile sulla famiglia di origine.

Trova impiego presso i marchesi Saiki, un nobile casato che spesso accoglie giovani studenti lavoratori. Lì fa la conoscenza del suo nuovo “padrone”, il marchesino Soma, un ragazzo dall’aspetto magnifico. All’interno della maestosa residenza Saiki, sorvegliata silenziosamente da un enorme albero di ciliegio, Tagami intesserà rapporti con i suoi abitanti, il più stretto dei quali con il suo nuovo datore di lavoro. Egli non lo immagina, ma la sua vita ne uscirà completamente trasformata. E non solo la sua.

“Se ti ho tenuto… È solo perché ho avvertito un fremito provenire dal ciliegio.”

Prima di procedere con il commento all’opera, è bene sottolineare alcuni aspetti presenti all’interno della stessa. Sakuragari si distingue per la complessità della trama e per la trattazione di tematiche anche molto crude. Amore incestuoso, violenza fisica, violenza sessuale, suicidio, sono alcuni degli elementi ricorrenti che potrebbero disturbare i lettori più sensibili.

Tuttavia, è cosa buona e giusta sottolineare anche che Sakuragari sia molto e ben altro. Sakuragari è una storia torbida, ma possiede al proprio interno mille sfaccettature di luce. A causa della presenza della relazione omosessuale – per la verità, difficile da categorizzare – fra Tagami e Soma, è stato spesso accostato, come genere, al Boy’s Love. In realtà Sakuragari non può essere facilmente etichettato.

La stessa Yuu Watase, nelle postfazioni, chiarisce di non essere mai riuscita a catalogare la propria opera in un genere: ha accettato però la definizione avanzata dal suo staff, quella di “human drama”. Proprio per questo motivo, la presenza dell’omosessualità si configura “solo” come una parte del tutto, e non ricopre il ruolo principale all’interno della trama.

Sakuragari affronta infatti i drammi e gli sconvolgimenti dell’esistenza umana, in maniera tanto verosimile da diventare quasi percepibili dal lettore. I personaggi sono profondamente caratterizzati: ognuno trascina con sé il proprio passato – alle volte assai pesante – e in base a quello stesso passato, agisce confrontandosi con l’altro e influenzandolo irreversibilmente. Ma Sakuragari è anche una storia di riscatto, di fede nei propri sogni e ambizioni, e infine di speranza.

“Ripensandoci a mente fredda… se avessi dato ascolto a padron Soma andando via, lontano, non avrei saputo nulla… E nulla mi avrebbe travolto. “

Sakuragari è una storia multiforme. L’autrice riesce a presentare al lettore numerosi elementi che mescola e combina sapientemente, fondendoli fino a renderli una cosa sola. L’aspetto che maggiormente attira l’attenzione sono i misteri di cui è trapunta tutta la storia, che non cessano mai di accompagnare chi legge. Il lettore è sconvolto da svariati colpi di scena cha arrivano senza preavviso, come ogni colpo di scena dovrebbe essere. Yuu Watase riesce a tenere magistralmente avvinti alla lettura, insinuando dubbi e sospetti, senza mai rivelare gli intenti dei personaggi. Il paragone con un film o un romanzo sorge spontaneo: una volta iniziata, risulta difficile staccarsi dalla lettura.

Ogni elemento è curato nei minimi dettagli. L’autrice spiega di essersi documentata molto, sia consultando libri che studiando fotografie dell’epoca, e il risultato è impressionante. Sembra davvero di trovarsi nella Tokyo degli anni Venti, capitale di un impero che cerca di lasciarsi alle spalle l’esperienza dalla Prima guerra mondiale. Gli oggetti e i vestiti sono inseriti minuziosamente nelle tavole e restituiscono un affresco realistico del periodo interbellico giapponese, a metà fra la cultura orientale e quella d’importazione occidentale. Le ambientazioni sono, ancora una volta, curatissime, e di nuovo viene spontaneo paragonarle alla scenografia di un film: gli ambienti sono ricchi, dettagliati, ampi.

Una delle tante caratteristiche che concorre a fare di Sakuragari un’opera unica nel suo genere, sono i personaggi non fisicamente presenti nella storia, quelli, cioè, che vengono introdotti già morti. Essi hanno tuttavia la presenza e la forza di quelli viventi (anche grazie all’aiuto dei flashback), e si rivelano fondamentali per lo svolgimento dell’intreccio. Menzione speciale va all’albero di ciliegio di casa Saiki, che con i petali rosa dei suoi fiori diviene un personaggio a tutti gli effetti fino quasi ad indentificarsi con i protagonisti.

I disegni contribuiscono notevolmente alla riuscita della storia. Nonostante sia un’opera nata per caso negli anni Novanta – come afferma l’autrice stessa – e realizzata a partire dai primi anni Duemila, il tratto non risulta eccessivamente retrò. I ricchi dettagli presenti nelle tavole rendono Sakuragari un’opera che potrebbe ben prestarsi all’animazione.

Data la spinosità di alcuni temi trattati, è bene parlare di alcune scene che li riguardano. Le scene di violenza sono realizzate con cruda nitidezza, quasi da poter essere percepite sulla pelle del lettore. Le scene di sesso, invece, sono sì presenti ma affatto volgari. L’atto sessuale è mostrato, ma non nella sua completezza. La maestria e l’eleganza di Yuu Watase sta anche nella capacità di far intendere le emozioni dei personaggi attraverso le espressioni facciali: l’atto in parte si vede, ma soprattutto si sente.

“Non conta che forma abbia il nostro legame. L’importante è che ci sia.”

Infine, è bene spendere alcune parole circa l’edizione fisica di Sakuragari. Come accennato precedentemente, in origine Planet Manga pubblicò nel 2012 tre diversi volumi, fedeli alla suddivisione giapponese. La nuova edizione, uscita quest’anno, li raccoglie invece tutti e tre insieme, dando origine ad un tomo dalle notevoli dimensioni. Una grandezza simile dona al volume sia pregi che difetti.

Indubbiamente, essendo un’opera da collazione, ha una potenza visiva non indifferente. I disegni, va da sé, sono ancora più belli da ammirare in grande formato, specialmente quelli che occupano per intero la pagina: il loro impatto visivo risulta quasi raddoppiato. Per scelta editoriale, le illustrazioni a colori che nella vecchia edizione erano collocate all’inizio di ogni tankobon, sono ora raccolte in una gallery alla fine del volume. Anche le postfazioni, in cui l’autrice spiega accuratamente la nascita del manga, sono collocate collettivamente alla fine, mentre nell’edizione precedente chiudevano ogni singolo volume. Da una parte può essere un vantaggio: la lettura non ne risente e sembra quasi di stare immergendosi in un’unica opera. Dall’altra parte, però, spezza il vincolo originario e le intenzioni dell’autrice stessa, che a conclusione di ogni libro inseriva la spiegazione del suo lavoro.

Il volume non è dotato di sovraccoperta, ma solo di una copertina rigida. Date le dimensioni, sarebbe stato più opportuno optare per un cartonato: il dorso si riempie inevitabilmente di grinze, aprendosi e chiudendosi nell’atto di leggere. Inoltre, dato il grande peso, Sakuragari difficilmente può essere letto in un posto diverso da un tavolo o una scrivania. Da un punto di vista puramente pratico, insomma, risulta poco maneggevole. È però anche ingombrante: superando di molto le dimensioni standard di un manga, è piuttosto difficile trovargli un posto in libreria.

Ad ogni modo, eccezion fatta per la scomodità del volume al momento della lettura, Sakuragari è un’opera che vale la pena di essere recuperata. La sua originalità e la sua completezza non possono certo mancare nel bagaglio di un amante dei manga che si definisca tale, che ne uscirebbe indubbiamente arricchito. Il team di Playhero consiglia caldamente la forza e l’intensità con cui la storia riesce ad avvolgere il lettore e a trascinarlo con sé.

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