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The Poetry of Ran – Recensione

The poetry of ran

C’era una volta un luogo pregno di “demoni del karma”, mostri mangiauomini corrotti dalle loro “impurità”. I villaggi di questo luogo chiamano dei guerrieri specializzati nel cacciare i karma, definiti I figli dell’impurità. Questo è The Poetry of Ran di Yusuke Osawa, edito in Italia in una meravigliosa box da Star Comics.

La trovatrice (bardo) Tolue viaggia in cerca di ispirazione per le sue canzoni. Passando per il un viallaggio, incontra un ragazzo: il suo nome è Ran ed è un figlio dell’impurità che dà la caccia ai mostri chiamati Karma, assumendo su di sè il loro fato e attirando così il disprezzo della gente. Osservandolo da vicino mentre continua a combattere fianco a fianco con la morte, Tolue prende la sua decisione: comporrà una canzone su di lui.

Impurità, pioggia e grandine d’impurità. Questa è la canzone dell’impurità. Una canzone degna di essere cantata.

Questa è la seconda opera che sbarca in Italia del maestro Yusuke Osawa (la prima è stata Six Bullets) e Star Comics lo fa in grande stile, grazie ad un elegantissimo box con all’interno i due volumi che formano l’opera completa The Poetry of Ran. Un’edizione prestigiosa con sovraccoperta e dal grande formato per assaporare ancora meglio l’arte del sensei Osawa.

Yusuke Osawa continua a prendere a piene mani ispirazione dai videogiochi e non solo. Proprio come la sua opera intitolata GREEN WORLDZ del 2013, inedita ahimè in Italia, anche in The Poetry of Ran troverete un design di armi e mostri fortemente ispirato a Bloodborne, Monster Hunter e The Witcher.

L’arte del maestro, nelle scene d’azione, è sempre impressionante. L’attenzione al dettaglio, soprattutto negli sfondi, nelle creature e nelle armi, è davvero meticolosa e molto particolare. Ma l’ispirazione non si limita solamente all’universo videoludico, ma anche a quella storico architettonico. Infatti, pagina dopo pagina, potrete notare riproduzioni similari, per esempio, al Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia e volendo, perché no, anche un po’ d’Italia con il Duomo di Milano. Il tratto pulito nonostante le linee dure, si mischia perfettamente all’utilizzo di celle contenute che si alternano a pagine intere senza le linee delle vignette che delimitano. Plauso assoluto per le splash page che vi faranno rimanere di sasso per la loro spettacolarità.

Nonostante la storia di The Poetry of Ran sia fondamentalmente quella tipica di uno shonen fantasy, con tanto di bardo pronto a cantare le gesta dell’eroe in questione (Ran), l’opera si potrebbe offrire benissimo verso più generi anche in maniera matura e attraverso un pizzico di classico umorismo nipponico, mettendo in bella vista grossi seni e mini gag che spezzano e alleggeriscono il racconto.

Come detto poco sopra, in The Poetry of Ran, ci sono temi molto seri come quello della ghettizzazione, dell’apartheid, quello delle maldicenze, del giudicare per sentito dire e quella della scarsa autostima. Questi argomenti vengono introdotti direttamente tramite i personaggi. Vengono messi addosso ad essi come un abito che cade a pennello. Per esempio Ran, nonché il nostro personaggio principale, vive una vita fatta solo di caccia ai karma, solitudine, emarginazione e discriminazione. Abituato a vedere solo mostri, sangue e serietà viene chiamato dalla società solo per emergenze.

Nessuno vuole avvicinarsi a me. Dicono che verrebbero contagiati dall’impurità…

Ran ha dimenticato come si sorride e per questo ama vedere gli altri farlo. Pur provandoci, in più occasioni, il risultato che otterrà sarà quello opposto, inquietando l’interlocutore con una smorfia – che poi diventerà quasi rappresentativa per lui, un must – che si mixa ad un’espressione da maniaco/psicopatico.

È vero che ridere è un toccasana per la mente e per il cuore? Ma come si fa? Questo è quello che si chiederà Ran! Attraverso mordaci quadri di vita quotidiana da cacciatore, grazie a Tolue che smaschererà la serietà di Ran che si prende – o si pensa costretto a prendersi – troppo sul serio per troppo tempo. Un abuso indiretto dovuto alle maldicenze nel corso degli anni dei veri e presunti colpevoli che hanno minacciato la libertà de I figli dell’impurità. Una libertà che viene meno con la presenza irremovibile dei karma e del pregiudizio.

Questo piccolo e simpatico stratagemma del maestro Yusuke Osawa solidifica, rendendo tangibile, “l’urgenza” del nostro personaggio nel “mettersi in pari” (in un certo senso) con il resto della società che lo emargina, seppure usufruisce dei suoi servizi perché necessari, per paura di essere contagiati dall’impurità. Questo in quanto i cacciatori sono “portatori sani”.

La stessa Tolue non si sente prettamente adeguata e capace di poter scrivere una canzone per i posteri che racconti le avventure di Ran. Per entrambi sarà infatti un viaggio alla scoperta di sé stessi… o di ciò che manca loro e di cui necessitano per sentirsi completi. Questi temi sono mostruosamente odierni e sono inseriti in maniera quasi naturale e non particolarmente ingombranti all’interno della storia, senza forzare la mano nella sceneggiatura così da aggravare il ritmo dell’opera crescente.

Un tempo narrativo coinvolgente. Infatti, gli avvenimenti si susseguono uno dopo l’altro. E solo dopo, nel volume 2, scopriremo molto di più sui personaggi. Ma nonostante il tutto sia abbastanza frenetico e febbricitante, l’opera non lascia spazio a dubbi.

In conclusione, The Poetry of Ran è un’opera che profuma di fantasy e di poetico. Lo spunto palese dell’universo videoludico rende l’opera particolarmente soddisfacente, sia per quanto riguarda l’aspetto visivo che per quanto concerne la storia. Un’opera che potrete acquistare e godervi grazie a Star Comics in una versione di lusso e da un costo esiguo rispetto alla caratura qualitativa. Un racconto che parla di sacrificio, dolore, canti da menestrello dai versi cortesi e amorevoli.

Amore per la vita! Perché si, vivere una vicenda non è come raccontarla. Ma se la canti, è tutta un’altra storia.

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By Paolo Monticciolo

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

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